E' quello che pensa una persona triste di lasciare la via vecchia per una nuova. E' quello che pensa chi lascia l'amore per partire per il fronte.
Non io. Non in maniera convenzionale, almeno.
Fin da quand'ero tornato in Italia non ho fatto altro che trovare il modo di rientrare qui il prima possibile. Non che mi faccia schifo l'Italia, anzi, o che a me non dispiaccia lasciare gli affetti, ma è qui dove voglio stare. Per sempre? Non lo so, non credo, non voglio pensarci per ora.
Eppure in senso lato anche per me partire è stato un po' come morire: è stato come se mi avessero concesso di sbirciare il mio funerale, capire chi sarebbe venuto, a chi sarebbe importato, chi ci tiene realmente a me. In fondo io stavo solo partendo per il Giappone, da qui a qualche mese purtroppo per voi almeno per una mi rivedrete, ma leggevo negli occhi della gente a chi interessava e a chi no.
Il volo partiva da Malpensa alle 13:15. Temevo già la levataccia, considerando gli impegni di mio papà, invece mi sono diretto verso l'aeroporto molto più tardi, dopo 7 e mezza.
Check in, attesa, imbarco. 20,8 kg di valigia, sono quasi esemplare e tutto fila via liscio e veloce. Tanto che quasi non mi pare vero che stia accadendo a me.
Decollo.
Con una virata l'aereo sorvola i laghi alpini dove fino a poche settimane prima andavo a scattar foto; via via le case si fanno sempre più piccole, sono sempre più in alto, su su sopra le nuvole.
Guardo le nuvole bianche mentre sorseggio dell'acqua insipida che mi servono uno scatolino di plastica, come lo yogurt, e penso al controsenso di tutto ciò e di come l'uomo uccida l'ecosistema.
Vedere un aereo volare è sempre sorprendente, se si pensa a tutta l'ingegneria che ha alle spalle. E poi guardo giù le Alpi, alte montagne piccine piccine, penso a quanto mi ci vorrebbe se provassi a scalarle, se ce la farei. Eppure ormai millenni or sono Annibale le attraversò con gli elefanti. Non riesco nemmeno a concepire simili imprese umane. Nemmeno Moira Orfei potrebbe fare di meglio...
I pensieri finiscono che sono già sopra Monaco di Baviera. Verde dei suoi giardini, squadrata dalle sue strade ortogonali, trasmette un senso di precisione e pulizia che conforta e rilassa.
Passo anche la dogana tedesca e salgo sull'Airbus. Posto, manco a dirlo, al finestrino...
L'aereo è di quelli nuovi nuovi. Tant'è che per andare in bagno devo scendere le scale!
Ho un LCD touch-screen (di infima qualità, a onor del vero, tant'è che devo usare una penna per selezionare i controlli) davanti a me. Cerco di guardare "Alice nel paese delle meraviglie"; prima in Giapponese, poi in Italiano. Niente, mi stufa, troppa computer grafica. Non resisto che 20 minuti. Un po' meglio va con Sherlock Holmes che si lascia guardare (e capisco poi la scelta del personaggio operata da Guy Ritchie). Ascolto radio, CD, guardo i gol del mondiale... E riesco anche a dormire un'oretta in tutto il tragitto.
Mi sono alzato alle 7 di mattina del 29 giugno e fino alla sera giapponese del 30 giugno (quindi 7 ore avanti) non ho mai visto il buio della notte. Non ho visto sorgere l'alba del 30 giugno. E' stato il giorno più lungo della mia vita.
La spiegazione l'avete guardando la rotta dell'aereo (foto scattata all'LCD di cui sopra): il cono d'ombra che simboleggia la notte mi veniva incontro ma l'aereo volando ad alte latitudini, là dove la notte non arriva in questo periodo dell'anno, l'ha "saltata".
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