sabato 17 luglio 2010

16 luglio 2010 - Gala di gagà

E' stato un venerdì infinito!

La mattina mi alzo, mi rado e corro a scuola. Ho la prima lezione privata, voglio approfondire il mio giapponese per business.
L'insegnante però non sa nemmeno da dove iniziare. Non sa di che mi occupo, non sa come istruirmi a dovere. Allora si procede a tentativi, guardando un libro piuttosto che un altro. Aggiustiamo un po' la mira per la prossima lezione, venerdì prossimo.
Finiscono le due ore, devo correre a casa: il tecnico della NTT arriverà a collegarmi il modem in camera così che io abbia finalmente la mia linea privata.
Trascorro così la mia pausa pranzo guardando il signor Motomura che lavora, poi scappo in ufficio.

Devo tradurre la bozza di contratto del mio commercialista, faccio appello al dizionario perchè ci sono di quei kanji (ideogrammi) tra l'impossibile andante e l'assurdo ma non troppo.
Alle 7 ho la cena della Camera di Commercio; inizio con aperitivo e dopo mezz'ora buffet.
Alle 5 sto ancora scrivendo all'avvocato per esaudire le sue richieste. Alle 6 devo essere dall'agenzia immobiliare a firmare le carte per l'assicurazione sulla casa. Arrivo a 17:55 dall'agente che però non trova più il foglio; firmo a 18:15 un documento dove c'è scritto che se faccio stalking la compagnia assicuratrice mi rimborsa solo un tot. Ok, terrò presente.
Sono a casa a un quarto alle sette. Mi devo lavare e cambiare da cima a fondo. Esco di casa che le sette sono passate. Addio aperitivo.
Arrivo a Roppongi Hills alle 19:40 circa. Ok, ma dov'è in questa struttura monumentale l'angolo dove si terrà il tutto? Cerca cerca cerca cerca. Sono le 8 passate quando dico il mio nome all'ingresso.

E' tutto come mi aspettavo. Tranne la nazionalità della gente: Italiani in nettissima minoranza. Tutti firmati, donne in abiti lunghi e via dicendo. Dall'altra parte della barricata ne ho viste a iosa di feste così. E so anche come si consumerà il rituale: infatti il buffet è già vuoto. Mi sembrava di saperlo, penso mangiando l'unico arancino di riso che cortesemente mi hanno lasciato, praticamente l'unica cosa che mangerò in tutta sera. Per la modica cifra di 8'000 yen.
Li conosco, gli avvoltoi. Manco mi ci metto con loro. Volteggiano nei pressi del buffet come rapaci sulla preda, poi quando vedono il cameriere che si avvicina con un nuovo piatto giù in picchiata e in meno che non si dica spazzolano anche le briciole. Gente di una certa classe, si diceva.
Veramente io avevo preso anche qualcos'altro da mangiare. Qualche arancino in più. Ma mentre vago con il mio piatto uno sparuto nugolo di giapponesi mi invita: "appoggi pure qui il piatto, stia con noi , non sia timido". E comincia il walzer del meishi, ho già finito di mangiare. Il meishi è il business card, il biglietto da visita, e come tutti sanno è fondamentale in Giappone. Dice chi sei e come reperirti, ne va fatto tesoro. E io, ovviamente, non ne ho manco uno: non perchè non sapevo non servisse ma per il fatto che essendo ancora "provvisorio" non saprei manco cosa scriverci.
Così trovo gente che gestisce alberghi e mi promette sconti, ditte di Nagoya che fanno macchine per stampare sui tessuti. Del mio settore? Manco l'ombra. Ma niente proprio. E' desolante vedere che poi i giapponesi non capiscono nemmeno cosa sia l'ottone, neanche quando glielo spiego in giapponese, neppure di fronte ai kanji di shinchuu scritti sul cellulare. Niente. Provo in inglese. Brass. Bu-ra-su... - Ah, ho capito! Glass!!!
Mi cadono le braccia.
Presente l'alluminio? A-ru-mi-ni-a-mu? Ah, certo! Ecco, non c'entra niente, io vendo ottone.

Conosco gente qui e là, nessuno di una benchè minima "utilità". Sì, giusto magari la ragazza che importa cibo italiano, ma per soddisfare la mia pancia.
Mi presentano anche il direttore di Roberto Cavalli in Giappone. Un livornese simpatico, sprezzante dell'etichetta e dei costumi nipponici. Mi prende in simpatia avendo lavorato un tempo a Palazzolo. Beh, vogliamo quantificarla questa simpatia con qualche capo d'abbigliamento gratis? Continua poi a rivolgersi a me dicendomi: "dai, pota, dai"... A scanso di equivoci, quando sono fuori città tendo a perdere il mio accento, ma avendogli detto di dov'ero...

La serata prosegue così, piano piano la gente scema (nel senso di scemare!) e l'orchestra stacca.
E io ho il mio malloppo di inutili meishi nel taschino.

Bevo un bicchiere di vino con un ragazzo della Camera, faccio due chiacchiere con dei bocconiani che trascorreranno un mese a Tokyo per preparare un esame estivo. Il vecchio Campus Abroad. Ai miei tempi si faceva anche a Cuba. Praticamente un esame venduto (a caro prezzo), perfettamente inutile dal punto di vista formativo. Come mi disgustava l'ambiente bocconiano dei tempi, ora le nuove leve non me lo fanno apprezzare certo di più. Sebbene sto rischiando a carissimo prezzo di non avere un pezzo di carta in mano quando chiederò il visto (lo so per certo anche se nessuno me lo dice), ora più che mai non mi pento delle mie scelte.

Valuto sempre più l'idea di mollare gli ormeggi, salutare e tornare a dormire. Quando capita il classico che non ti aspetti: mi arriva lì un ex collega del ristorante! Esattamente C., che è stato mio manager. E' in compagnia di una giapponese che sta imparando l'Italiano di una romana, A., che lavora per l'ambasciata. A. è in Giappone da due anni e dovrà rimanere per altri tre per via della missione diplomatica ma, per la serie "chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane", odia visceralmente il Giappone. E' il rigetto di chi è stato trapiantato qui a forza, non capisce la lingua, non si riesce ad integrare.
Ci beviamo qualcosa lì al bar e poi andiamo in giro per Roppongi.
Prima finiamo in un locale con musiche caraibiche, salsa, bachata e via discorrendo, a bere e a ballare (io che ballo? No comment... Però almeno non ho pestato piedi), poi ci spostiamo in un altro bar a fare altre chiacchiere davanti ad un drink.
L'ultima metro ormai è un miraggio da tempo.
Ci alziamo da là che sono le tre. Non ho nemmeno idea quanto potrebbe costarmi un taxi da qui a casa.

Se vi venisse mai posta la domanda - non so, magari per un quiz a premi tipo "Chi vuol essere milionario" - "Quanto ci vuole da Roppongi a Nishishinjuku a piedi?" rispondete senza esitazione: "circa due ore" e il montepremi sarà vostro.
Roppongi - Shibuya - Shinjuku. La strada è facile. Potrei farmela a piedi. Perchè sprecare i soldi di un taxi? Facciamoci questa passeggiata. Fa niente se l'abbigliamento non era quello idoneo, fa niente se le scarpe facevano male... Era divertente vedere la città di notte abitata da spettri ubriachi e colonne di taxi, mi domandavo dove avrei visto l'alba, quanto tempo ci sarebbe voluto. E beh, ce ne vuole parecchio.
Arrivo che il sole è già sorto da un pezzo. Metto i vestiti stesi a prendere aria, rapida doccia e mi butto nel letto.

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