sabato 31 luglio 2010

30 luglio 2010 - Legge di Murphy

Se qualcosa può andar male, lo farà.
Ok, ora è esattamente un mese che sono qui. Se nel frattempo qualcuno si fosse divertito con una bambolina voodoo va bene, ci siamo divertiti tutti ma adesso, davvero, basta! Quel qualcuno faccia outing, facciam quattro risate in compagnia e finita lì. Perchè non è davvero possibile continuare così!

Mi sveglio e piove. Giustamente, visto che devo camminare un bel po'. Ma visto che se non piove c'è un sole insopportabile, non incolpiamo il tempo: in ogni caso sarà una giornata schifosa! Ahahah!
Vado come detto in comune a Shibuya; provvidenzialmente, ricordando vagamente la mappa, scendo a Harajuku, risparmiandomi un sacco di strada a piedi sotto la pioggia.
Il municipio tipico giapponese è l'esatto opposto di uno italiano: qui la fila è al contrario, la fanno i dipendenti per servirvi. Ci sono più impiegati che visitatori...
Prima provo a districarmi da solo leggendo le indicazioni dei sei piani, ognuno con una decina di sportelli. No, ok, mossa poco furba, chiediamo alla reception.
Per iniziare come antipasto devo sapere le quote annuali del National Health Insurance, le percentuali cui moltiplicare la mia Resident Income Tax. Ma vedo che cercare di spiegare in Giapponese è tempo perso, non mi vengono le parole, faccio chiamare l'interprete (servizio d'obbligo in un municipio di Tokyo). Così ce la sbrighiamo in poco. Ottengo alcune nozioni che mi servivano, prendo un libretto con la spiegazione un po' più approfondita e vado. Questa è fatta.
Volevo anche chiedere per l'alien registration card (gaijin card) nonostante non abbia ancora il visto... Ma sapevo già che sarebbe stato tempo perso. E' il primo paragrafo della prima pagina della guida agli stranieri: solo per chi si ferma più di 90 giorni. E il mio temporary visa afferma il contrario.
Allora dato che ci sono ripiego sullo sportello pensioni. Non sto lì a chiamare l'interprete, ho due cose da chiedere. Niente accordo bilaterale, posso solo avere un rimborso parziale dei contributi versati. La cifra mensile è quella sull'opuscolo che mi dà. Conferme di quanto sapevo e temevo.

Bene, ho fatto tutto sommato in fretta. Torno a Shinjuku che il negozio Docomo dove dovevo andare manco era ancora aperto (in Giappone gli esercizi cominciano tardi, tutti); ne approfitto per comprare al Tokyu Hands 1'000 yen di feltrini adesivi, giusto per tavolo e sedie.
Fuori tra i palazzi di Shinjuku la pioggia danza spinta dal vento forte, l'ombrello serve a poco quando vieni assalito da gocce da tutte le direzioni.
Aspetto pazientemente l'apertura. Dal secondo piano dell'edificio scendono le addette, tutte vestite uguali secondo la mise imposta dalla compagnia. C'è anche quella che mi aveva detto di tornare oggi, mi riconosce. Blackberry, eh? Prego, salga con questo numero al secondo piano.
Allo sportello c'è un ragazzo. Solite moine e inutili formalismi del caso, parlando in keigo (il Giapponese più educato, come dare del "voi") ci mette 150 anni per dire ogni frase. Va a prendere il Blackberry, lo dà in mano a me per accertarmi delle perfette condizioni. Gli dò i documenti della ditta. Tutto ok. Chiede i miei. Passaporto. Non va bene. Ci vuole ancora una volta l'alien registration card. Niente card, niente telefono. Me ne vado che si sta ancora scusando, me ne vado prima che la rabbia e la latitanza forzata dalla boxe mi spingano a fare un insano gesto.

Ah, ma oggi no, eh... Oggi non ho intenzione di farmi buttar giù. Oggi basta davvero. Sono di umore nero ma oggi resisto, in qualche maniera.

Arrivo in ufficio prima di pranzo. Giusto il tempo per comunicare i numeri al commercialista via mail e lo stagista mi chiama per andare a mangiare.
Tramezzino da Aux bacchanales lì ad Ark Hills, il pomeriggio ho parecchio da fare.
Devo rispondere ad e-mails, imbastirne altre, lavorare ad un file con tutti i costi dell'assicurazione nazionale, andare a fondo con il discorso pensione, proseguire con la trattativa per l'ufficio.
E riesco a far tutto entro le 18.
Scopro sul sito dell'INPS che c'è il modo di far valere gli anni retribuiti in Paesi non convenzionati versando un indennizzo. Vorrei garanzie dall'ambasciata ma sono aperti solo la mattina... Comunque la strada sembra tracciata, per ora aderirò al piano previdenziale nipponico. Sarà la scelta giusta? Lo saprò tra 25 anni.

Mi viene in mente una possibilità. Lasciamo perdere la Docomo, forse con la Softbank potrei aver miglior sorte... D'altronde sono più gaijin-friendly, magari riesco a rimediare qualcosa sfruttando la loro elasticità mentale. Non avrò un Blackberry, pazienza, avrò qualcos'altro. Un iPhone? Perchè no, io avevo scartato l'idea perchè ci sarebbe voluto troppo tempo, ma se questo tempo è inferiore a quello che ci vuole a me per avere la gaijin card, allora tanto vale...
Mi dirigo subito a Shibuya appena lascio l'ufficio.
Purtroppo la mia "amica", l'addetta Softbank che mi servì anni or sono con i miei vecchi cellulari e che si ricorda di me, era impegnata. Parlo con un addetto di colore, in inglese si fa prima. Voglio uno smarphone aziendale. Sì, abbiamo questi modelli, può scegliere... Per un iPhone quanto mi fate aspettare? Eh, 3-4 mesi... Tienitelo. Anche quello bianco? Quello mi sa l'anno prossimo... Il 3GS? Non lo vendiamo più. E che smartphone hai allora? Questi su questo catalogo. Mmmh... Windows Mobile 6.5... Che schifo! Ce l'hanno exchange per sincronizzare? Hanno Excel. Sì, vabbè, questo non sa niente. Senti, l'HTC Desire? Eh, quello tra 3-4 mesi... Ma hai qualcosa? Sì, questo. Ah, però aspetta. Gli iPhone li ho in 3-4 settimane. Ah, non MESI! Settimane. Entro un mese ce l'ho? Sì, sì. Bene, affare fatto. Ho qui i documenti della ditta e il mio passaporto. Sì, vai su al secondo piano...
Aspetto con calma il mio numero.
Sportello con ragazza giapponese. Avevo chiesto parlasse inglese. Le va bene lo stesso? Sì, basta che facciamo in fretta, sono qui già da 50 minuti. Ok, documenti, solita trafila... 16 o 32 giga? Che domande...
"Alien registration card?"
Ho il passaporto...
"No, no, qui c'è scritto che ci vuole l'alien registration card. Spiacente. Passaporto solo Giapponese".
Ciao, stammi bene.

E così me ne torno a casa. Niente cellulare aziendale, non c'è verso.

Apro la cassetta delle lettere e mi strappa un sorriso. E' la bolletta dell'acqua. E' indirizzata a "Daniere". Il questionario del gas di qualche giorno fa invece il nome l'aveva azzeccato. Mi era cascato sul cognome, insipiegabilmente iniziante per "D".
Beh, sempre meglio di quando mi chiamano "Daniera".

Ceno e mi metto al PC. E' venerdì pomeriggio del 30 luglio in Italia, so che molti andranno in ferie perciò resto in attesa di novità dell'ultim'ora.
E qualcosa in effetti c'è, riguarda altri screzi tra la Camera e l'avvocato, conseguenti possibili ritardi nel mio contratto. No, non oggi... Prendo la cosa di petto, lunedì mattina voglio chiudere questa storia, mettere d'accordo tutti. Avvocato M. (il jappo) permettendo.

giovedì 29 luglio 2010

29 luglio 2010 - Prospettive

Mi sveglio che fuori picchietta al vetro una pioggerellina soffice tipo nevischio.
Fa fresco. C'è più afa.
Ombrello sotto braccio e via.
Piove solo quando io sono in giro. Mentre sono al chiuso no. Addirittura mentre torno dalla pausa pranzo arrivano degli scrosci da tifone.

Nel verificare tutto l'andamento di business plan e procedure varie da consegnare per il mio visto, noto una cosa che mi spinge a chiedere chiarimenti a S., il commercialista.
Mi risponde dopo poco, fraintendimento risolto. Ma si apre una voragine per me.

Ognuno è libero di pensare quel che vuole di chi scappa dall'Italia. Interessi personali, denaro, ogni caso a sé stante direi. Ma se si pensa che questo voglia dire cercare la via più comoda, beh, si è ben lontani dal vero.
Finora avevo sempre creduto che l'assicurazione sanitaria e i contributi previdenziali fossero un onere aziendale, di questo avevo chiesto a S.; il quale però mi fa giustamente presente che non è il caso di versare tutta quella cifra per un solo dipendente, tanto meglio arrangiarsi in forma privata: non come lavoratore ma come cittadino.
Per quanto riguarda l'assicurazione ok, può andare: l'indomani mi informerò presso il comune di Shibuya, dove risiedo, a quanto ammonta l'importo. Funziona un po' come in America ma dopo la riforma Obama, ovvero c'è una minima assicurazione statale alternativa alle private. Questa consente di vedersi rimborsati il 70% dei costi ospedalieri mentre i rimanenti rimangono sempre al soggetto. Come tutte le assicurazioni ha un sacco di postille: visite, odontoiatria, tantissime cose non sono coperte. E se poi si dovesse far danno a terzi, beh... Tocca lavorare una vita solo per rimborsare costui.
Fin qui è un costo ma può anche andare, si può anche pensare di renderla una spesa aziendale, perchè no.

Sulla previdenza sociale invece non ci dormirò. A detta di S., non c'è accordo bilaterale Italia - Giappone per la conversione dei contributi; il che significa che o rimango qui almeno 25 anni a pagare tot yen al mese per avere una pensioncina minima, e in Giappone sono davvero minime, o se tornassi in Italia sarebbe come nulla fosse successo, non vedrei il minimo reddito.

E' facile quando si è dipendenti non avere di questi pensieri, non doversene preoccupare: si da tutto per scontato, per acquisito. Si smette di lavorare, TFR e gli anni versati all'INPS tornano indietro. Beh, almeno finchè il gioco regge, ma questo è un altro discorso... Consiglio comunque a chi non è prossimo all'età pensionistica di farsi due conti.
Io mi trovo ad affrontare quotidianamente decisioni troppo importanti per me, non è facile scegliere la cosa migliore. Non ho un consulente che mi dica cosa fare. Devo pensare a fermarmi qui 25 anni? Devo sottoscrivere un fondo privato in Italia? E quanto mi costa?
Mi sono imbarcato in un'avventura di dimensioni bibliche, troppo più grande di me perchè la possa gestire. O meglio: come faccio a gestire tutto questo assieme? Faccio il meglio che posso ma non è mai abbastanza, ci vuole tempo e io tempo non ne ho. Come decretare ora, su due piedi, quanto tempo lavorerò e quanto vivrò dopo la pensione? Già perchè se aderirò ad un fondo privato devo stabilirne anche il valore in base a ciò. Considerando il fatto che in un mese ho già speso tra 1/5 e 1/6 di quel che sarà il mio stipendio annuo.
Avevo fatto i calcoli così bene dall'Italia... Qui ci avevo già vissuto, sapevo quanto denaro avrei dovuto impiegarci per vivere, dov'è che tutto questo mi è sfuggito di mano e mi ritrovo dopo il primo mese a rivedere tutti i conti? In camera c'è un letto, un tavolo. Ho un frigo e una lavatrice. Una casa pagata per due mesi. Non ho cambiato questo povero computer vecchio di 5 anni. Non ho cambiato la macchina fotografica vecchia di 5 anni (ma lo farò presto). E quasi il 20% di un anno di lavoro non c'è già più, sono già in debito.

Eppure ne conosco di gente che si trova sempre la strada spianata... Anzi, di solito avviene così. Gli Italiani che c'erano ieri all'aperitivo manco sanno di queste cose, c'è sempre qualcuno che se ne occupa per loro. Non so, sarà che io non ho seguito l'iter ortodosso (laurea, master, tirocinio, assunzione) ma ho fatto a modo mio che ora mi trovo tutti i nodi da districare. Il problema è che sono tutti qui, tutti insieme, tutti adesso.
E se vincerò, quale sarà il premio? E se perderò, quale l'onere?

Cerco di non pensarci più. Altrimenti è non vivere.
Domattina vado in comune a Shibuya a chiedere l'entità del N.H.I. (national health insurance). Poi andrò a comprare il cellulare aziendale, in uscita proprio domani. Riuscirò ad ottenerlo? Me lo negheranno? Rimanderanno l'uscita? Ogni possibilità è valida, non scarto alcuna ipotesi.
Poi però devo per forza fornire il dato riguardo la mia pensione, o il conto economico del business plan non si può chiudere. E ritornano i miei pensieri.

28 luglio 2010 - Happy hour

Oppresso dai mille pensieri di martedì vado al lavoro come sempre mercoledì, intenzionato a sbrigare il più velocemente possibile le gatte da pelare che attanagliano la mia permanenza.
E di fatto qualcosa si sblocca. Arriva una bozza di contratto dalla Camera, comincio a discuterne con l'avvocato, ma ci son cose che non vanno... Insomma, un pomeriggio a mediare. Ci sono vecchie ruggini in corso tra l'avvocato italiano e la dirigenza della Camera e io sono esattamente in mezzo al loro contendere. Una posizione che non auguro a nessuno.
Ci sono però anche le buone notizie: la mattina vengo invitato all'aperitivo della Camera, un mini-party molto più casual della cena cui avevo già partecipato. Piccolo particolare: l'aperitivo è alle 19, io dalle 18:30 avevo lezione di giapponese. Prometto perciò di partecipare ma con qualche piccola riserva, non sapendo se sarei potuto arrivare in tempo.

Alle 18 scatto e scappo a Shibuya. Mi aspetta una nuova insegnante, diversa dalla precedente, nell'aula 1303. Arrivo che spacco il minuto.
E' decisamente più giovane del millenium falcon di prima. Il che non è necessariamente un bene.
Dobbiamo leggere la seconda parte della presentazione della mia ditta; cosa che potrei fare benissimo a casa, non so perchè io stia pagando tutto ciò. Mah, spero di essere in mano a gente competente...
La mia insegnante ha una copia della presentazione con sé. E un foglio dove si è preparata tutte le parole che non conosce e che deve chiedermi. LEI a ME. E io pago...
Se il buongiorno si vede dal mattino, siamo in piena notte.
Butto letteralmente via un'ora e mezza, se consideriamo il tempo che c'è voluto a me a far capire a lei cosa fosse una filettatura (neanche leggerlo sul dizionario è servito, e nemmeno il mio disegno bellissimo) e il tempo perso da lei che non sapeva cosa farmi fare. Però ho ottenuto che dalla prossima volta si faccia un po' di role play, simulo almeno una telefonata e vediamo se mi può essere utile. Finora non lo è stata.
Per inciso, non è che l'insegnante sia stupida. E' che in Giappone lo scoglio della lingua causa anche questi imprevisti: o sai l'ideogramma o non lo sai, non è che ci arrivi dal contesto. E siccome per il mio lavoro è prevista tutta una terminologia settoriale, o la conosci o non la capisci. Mi auguro miglior sorte quando contatterò i clienti. La precedente insegnante, essendo più anziana, probabilmente conosceva più ideogrammi, magari anche più desueti; i ragazzi giovani non sanno leggere nemmeno "ottone" in giapponese. Il che mi fa trasalire se penso alle impiegate al front office con cui avrò a che fare.

La sera corro all'aperitivo, arrivo a 8 e 40 circa. C'è già una calca di gente fuori dalla piadineria che mi fa capire che anche stasera non si mangia! Pago la mia quota di 1'000 yen e incredibilmente trovo ancora qualcosa sul buffet: mangio tre cucchiai di risotto e due sarciccie. Poi mettono fuori anche della frutta e del tiramisù ma non sfido così tanto la fortuna.
Mi bevo una birra per 500 yen.
Questa volta gli italiani sono tantissimi. Sarà perchè si paga poco e si mangia a sbafo?
Ritrovo anche nomi "importanti" della community italiana a Tokyo, gente che fa qualche comparsata in televisione. E poi chef e quant'altro.
Ma a me piace fare amicizia con i giapponesi e tramite un amico della Camera conosco B. (soprannome), un giapponese che ha vissuto a Firenze. E' un grande, davvero, molto simpatico; mi presenta un sacco di gente e mi invita a un mega-party sulla spiaggia di Kamakura, co-organizzato da lui, per ferragosto.
Bevo con lui anche un bicchiere di vino: è l'ultimo chiodo sulla bara. Resisto una mezz'oretta e poi corro ad imbustarmi sotto le coperte per il gran sonno!

martedì 27 luglio 2010

27 luglio 2010 - Stress

Tutti abbiamo giornate no sul lavoro. Anzi, mediamente sono più le "giornate no" delle "giornate sì", direi. Però...
Però torni a casa e hai il gatto o il cane da coccolare, hai una moglie o un marito o un partner, o hai dei figli, o semplicemente accendi la TV che ti tiene compagnia.
Io non ho questi antistress. Quando ho una giornata no mi manca completamente il paracadute. Ci sono gli amici, ma sono lontani. Anche quelli che abitano qui... Sono dall'altra parte della città sempre e comunque. Cosa fai, li chiami? Disturberesti.
Vivo in una città dove potrei non scoprire mai che faccia abbia il mio vicino di casa. Vivo in una città dove se improvvisamente restassi l'unico abitante non cambierebbe la mia quotidianità.
E allora resto solo con i miei pensier ad affrontare lo stress. Sperando che nel continuo girare della fortuna mi trovi in un punto da cui risalire.

Non ho colpe, ma sono responsabile. E' la mia posizione che mi omaggia di questa fortuna. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, giusto? Beh, se non ho ancora un ufficio a causa di liti altrui è anche normale che debba anche io fare il mea culpa se non ho gestito bene la situazione. Perchè sono qui da quasi un mese ma non sono operativo. E chi mi paga, giustamente, si domanderà: "Ma... allora?".
Stress.
Mi pare di essere dentro al gioco dell'oca o al monopoli, con le caselle "fermo un turno", oppure "imprevisti e probabilità". E finora di dadi fortunati non se ne sono visti.
Sono convinto che il duro lavoro alla fine paghi, ma se non sono messo in condizione di lavorare per cause di forza maggiore andrà tutto bene lo stesso?

Stamattina ho accontentato l'avvocato compilando il questionario che mi ha richiesto. Gli ho fatto sapere il mio stipendio che sapeva già eccetera. E poi mi ha scritto che vuole ancora altri documenti. Ma allora scherziamo? Mi prende in giro? Eccola qui la casella "fermo un turno", unita al contratto di affitto dell'ufficio che tarda ad arrivare.
In pausa pranzo vado in banca a consegnare i documenti che mi erano stati richiesti per ottenere la carta di credito aziendale. "A-ha, ok, ok... Ma lei ha la alien registration card?" Eh, non ancora... "Ah, e io come faccio a verificare il suo indirizzo?"
Capito, me ne vado via mesto senza sindacare.

Penso già al piatto di pasta che mi farò nel tornare a casa. Apro l'armadietto ma son finiti i piatti di carta.
Esco a mangiare, vado dal cinese a farmi un chaahan. Tutto pieno, non c'è posto. Ripiego altrove.

Quando si dice che la frutta costa cara in Giappone non si ha mai una vera idea di quanto costi cara. Ecco un esempio:


Una mela 198 yen al convini. Quindi in un supermercato la pagherei qualcosa di meno... Ma è una mela, avessi scelto un'anguria quadrata potevate rimanerci. 198 yen sono un euro e settantatré, ad oggi.
Sì, è una fuji. I colori biancastri sono dovuti al fatto che era in frigo. Perchè non preoccupatevi: è lucida e splendente e senza un graffio. Come la mela di Biancaneve. Come il Giappone.

lunedì 26 luglio 2010

26 luglio 2010 - Il caldo dà alla testa...

Ho di nuovo dormito malissimo. Ore ed ore a rigirarmi per prendere sonno, condizionatore acceso o meno. Non c'è da meravigliarsi, quindi, se stamattina quando è suonato il cellulare-sveglia mi sono riaddormentato; solo per grazia ricevuta mi sono risvegliato successivamente da solo, rischiavo un dritto d'altri tempi. Il che mi pone il dubbio che mi porto dietro da sempre: passi l'insonnia, ma se mi succede qualcosa mentre dormo io come lo comunico all'umanità, solo soletto come mi ritrovo? Insomma, se lavorassi o studiassi ad una certa ora qualcuno si domanderebbe dove è finito quello là, invece qui farò la fine dei vecchi pensionati che trovano dopo giorni e giorni di decomposizione solo per l'odore...
Stamattina doveva essere giornata dedicata allo shopping, secondo le mie intenzioni. Non shopping per me, nessun acquisto per la mia persona, tutte cose per l'azienda. Computer, multifunzione, cellulare. Non so ancora se avrò un ufficio ma so cosa metterci dentro.
Ovviamente, l'avrete capito anche voi, le cose possono andare come mi immaginavo? Certo che no. Dall'Italia pensavo alla massima operatività on the road, la comodità di un Macbook unito ad un iPhone cui sincronizzare il lavoro. La realtà è che mi dovrò prendere un Vaio iper-prezzato rispetto al valore di mercato, spendendo un sacco di soldi solo per avere Access che sul Mac non c'è. Il telefono... Ne parliamo dopo.

Vado a ritirare la cash card in banca. Eliminata la dipendenza da timbro e libretto? No. Ora quando passo dal bancomat devo avere sia cash card che libretto. Avanti, questi giapponesi...
Prendo però con me i documenti da compilare per la carta di credito: chissà mai che me la diano, in un momento in cui si dimenticano che son gaijin, qualche grattacapo in meno me lo garantirebbe.
Riparto in treno e torno a Shinjuku, dove avevo fatto fare il preventivo per il PC. Il Sony Vaio, l'unico personalizzabile che posso avere in ere non geologiche (per il Dell si parlava di settimane d'attesa). Grazie alla solita solerzia ed eccessivo zelo dell'incaricato che ci tiene a leggermi puntualmente tutte le clausole d'assicurazione, a farmi presente che i dati della batteria sono quel che sono e via discorrendo, ci vogliono un paio d'ore.
Dovrei ricevere il pacco in ufficio entro il 4 agosto. E questa è fatta.
Tocca alla stampante. Deve avere fax, stampante e scanner; preferisco non a colori e non a getto d'inchiostro per un congruo risparmio su pagina stampata. Chiacchiero un po' con il commesso e alla fine scelgo una Canon (il cuore mi guida sempre lì). Mochikaeri, gli dico, "prendo e porto a casa". Resta un attimo spiazzato. Fuori ci sono circa 33 gradi e un'umidità del 60%. La stampante confezionata peserà più di 15 chili ed ha una scatola cubica di circa 60 cm di lato.
Che mi passa per la testa? Non mi andava di buttare soldi e tempo per la consegna a domicilio. Ho pensato che pian piano potevo farcela, con calma...
Il commesso esegue, impacchetta la scatola con dei tiranti tipo pacco postale che terminano in una maniglia. Peccato che il tutto è troppo voluminoso per essere trasportato agevolmente, peccato che ho anche perennemente la borsa del PC con me, e già quella pesa 10 chili...
Ok, sono un idiota.
Vado alla Docomo dentro Biccamera per chiedere del Blackberry: fatto 30, prendiamo anche il telefono e non ci pensiamo più. Niente, non ce l'hanno, mi rimbalza verso i negozi specializzati.
Non ci vado assolutamente con il malloppone in groppa, sarà per dopo lavoro, quando torno. Tanto ormai gli orari non esistono più, si lavora quando c'è da lavorare senza tanti complimenti.

Piano piano scendo le scale, senza usare ascensore o scale mobili per non intralciare con il catafalco, e arrivo all'ingresso. Un'ultima folata di aria condizionata prima che le porte automatico si aprano pare dirmi: "E' stato bello conoscerti". La gente mi guarda pensando: "Non uscirà con quel macigno in mano...".
Un passo. Il caldo mi opprime subito. E' soffocante. Su, pianino pianino...
E vado davvero piano. Il volume mi intralcia il cammino, non ho bilanciamento con la borsa e ogni centinaio di metri devo prendere fiato o cambiar posizione.
Guadagno a fatica la stazione. Qui le cose si complicano perchè devo fare slalom tra la gente, appena mi fermo sono in mezzo ai piedi, sulle scale mobili blocco la fila e non ci passo nemmeno dalla biglietteria... Insomma, sudo copiosamente, la camicia è un tutt'uno con la pelle e sono felicissimo di aver comprato Fahrenheit il sabato prima. E ringrazio anche la mia ottima capacità organizzativa: temendo il peggio avevo già scelto di indossare la camicia griffata Wolverine, quella che avevo stirato maluccio.
Devo anche cambiare linea di metro per arrivare in ufficio, una tortura. Il supplizio di Tantalo. Ah, ma me la sono cercata, eh... Tu guarda se uno per far risparmiare due soldi alla ditta deve ridursi così... Scemo io.
Esco dai cancelli della metro di Tameike Sanno. Ho ancora parecchia strada da fare e sono molto stanco, ora le fermate si fanno più frequenti. E non dimentichiamoci... La salita dei sakura!!! No, non me la dimentico, e anche se cercassi di rimuoverla ritrovo due miei coinquilini della Camera che pensano bene di prefigurarmi quel che mi attende. Giro l'angolo, prendo l'ascensore e piglio il taxi. Tié. 710 yen ma sono ancora vivo per raccontarlo!

La stampante se ne sta lì in ufficio, per ora. Non so manco dove attaccarla perchè la linea telefonica l'avrò non dove sono ora, di sicuro. E io non sono normalmente di là nell'open space, non posso fino alla firma del contratto... Perciò la scatola è ancora lì, intonsa. E poi non ha senso che installi i driver in questo mio povero vecchio PC, aspettiamo addirittura il Vaio fiammante (lo odio già perchè non è il Mac che bramavo).

Sono quasi le 2 di pomeriggio e devo ancora mangiare. Faccio un salto al Subway allora e mi prendo il solito panino al tonno. 10 minuti e sono di ritorno. Anzi, di ri-tonno.

Mi fanno male le spalle per tutto il tempo. Si vede che è un po' che non metto più piede in palestra... E poi ormai la spalla destra ha il tatuaggio della borsa del notebook:

(non so se si vede nella foto)

Esco dall'ufficio alle 6 e mi dirigo a qualche negozio Docomo di Shinjuku. Uno qualsiasi.
Mentre ne cerco uno ne trovo un altro. Sempre per la questione che per me la stazione di Shinjuku la girano su sé stessa...
So già tutto quel che ci vuole per il Blackberry, grazie alla morosa di K. che lavora per la stessa compagnia. Quindi sono attrezzato, stavolta non mi fregano.
Datemi un Blackberry, sono un'azienda! Ho tutto quel che vi serve per provarlo!
"Deve aspettare qualche giorno, tra poco esce quello nuovo..." E voi datemi quello vecchio! "Eh, no, quello vecchio non lo possiamo più vendere..." Argh! Aiuto! E quando esce quello nuovo? "Mi faccia controllare... Il 30 luglio."
Ok, PRIMA faccio controllare che i documenti in mio possesso siano soddisfacenti e poi prometto di tornare il 30. Ma non è un appuntamento, è una minaccia.

Mi viene male a pensare di mettermi ai fornelli. Sono stanchissimo. Non voglio nemmeno prender la metro per due fermate, mi scoccia buttar via 200 miseri yen. Faccio due passi verso casa e mi fermo al Mac.
Mentre mangio un chikin firee setto (menù chicken filet) comincia pure a piovere. Secondo voi ho l'ombrello? Figuriamoci. La prendo tutta fino a casa, poche centinaia di metri.

Nel rincasare c'è una tipa davanti a me. La riconosco perchè mi ha già fatto una parte assurda un paio di giorni fa. E stasera dà il bis.
E' un paio di metri avanti. Nel girare verso l'ingresso vede nel riflesso della porta automatica (che da fuori si aziona solo con la chiave) che ci sono io dietro. E allora con una nonchalance davvero malcelata fa finta di spostarsi sulla destra a cercare le chiavi. E cerca e cerca e cerca finchè non apro e passo io. Non contenta non è che mi raggiunge. La vedo nel riflesso della porta che è nascosta dove ci sono le cassette della posta, sta lì e aspetta che io vada via.
E sono due volte che lo fa!
Questa è la gente con cui abito. Se non saluto, non verrò mai salutato. E fossi anche un condomino esemplare, sarò sempre temuto come stupratore o serial killer o stalker o chissà cos'altro. Beh, problemi loro, io entro ed esco come mi pare, se hanno voglia di nascondersi dentro la cassetta delle lettere per evitarmi facciano pure.
Non è che i giapponesi siano così. Nella guesthouse, dove si creava un vero gruppo affiatato, le cose erano ben diverse. Nei paesi piccoli poi è come essere in Italia. Le grandi città sono così ovunque, non ne faccio nemmeno una questione di nazionalità: fossi nero a New York i bianchi si comporterebbero alla stessa stregua.

Seduto al PC vorrei solo rilassarmi, invece c'è ancora da risolvere la grana della connessione in remoto che è andata i primi giorni e ora non va più. Ma stasera riprende a funzionare. Sospiro di sollievo.
Apro la posta e scopro che mi hanno spostato la lezione di giapponese al mercoledì sera. Vabbè, farò le corse dopo lavoro.
E poi chi è che non mi scriveva da almeno qualche giorno? L'avvocato giapponese, chiaro, no! Mi ha scritto alle 18:35. Quando lo vedrò la prossima volta gli regalerò un Big Jim, o i Masters, o le Lego, così se proprio non sa cosa fare e si annoia trova un modo migliore per ammazzare il tempo. Vuole che, improssivamente diventato importantissimo per il visto, gli faccia sapere l'ammontare del mio stipendio; valore che lui dovrebbe sapere benissimo, dato che è scritto sul contratto che ho siglato nel suo studio e di cui detiene una copia. In più devo compilare un questionario per foreign employee visa; io non chiederò quel tipo di visto ma lui dice di compilarlo lo stesso che torna sempre utile. Per intenderci, è il classico documento che viene preso in giro in televisione, dove ti chiedono se sei un terrorista o hai intenzione di diventarlo, se spacci, o ancora milioni di domande su moglie e figli che non ho, sulle esperienze di managing che non ho...
Non ho le forze mentali per rispondergli ora, sarà la prima cosa domattina, sperando di alzarmi con il piede giusto.

domenica 25 luglio 2010

25 luglio 2010 - Pizza time!

Come si mangia bene a Tokyo credo (suppongo) non si mangi bene da nessuna altra parte al mondo. Compresi i Paesi da cui le specialità vengono importate. Qui troverete i migliori chef, i migliori ristoranti; certo tutto ha un prezzo ed è salato come non mai.
La mia pizzeria edochiana preferita si chiama "Napule" ed è a Omotesando. Ci lavora anche una mia ex compagna di classe, M., come cameriera part time. Il pizzaiolo è un giapponese che ha vissuto a Napoli e lì ha imparato l'arte di fare la pizza; ha imparato così bene che nel 2007 e nel 2008 è stato campione del mondo tra i pizzaioli. E ora fa soldi a palate.
Che io sappia, qui e in altro posto di Roppongi ("1830") si può trovare la vera pizza Italiana, esattamente come la mangereste in Italia; anzi, visto i pizzaioli che girano recentemente forse anche meglio. Certo, non costa 5 o 10 euro ma minimo una ventina. In alternativa c'è la pizza giapponese, piatta e piccola, ma non la consiglio certo ai cultori della buona tavola.

Oggi mi ero ripromesso di incontrare per pranzo una mia vecchia amica di Singapore, L., e quale migliore occasione di tornare da Napule a gustarsi una pizza fatta come si deve?
L. è una ragazza simpaticissima, sono molto contento di aver trascorso del tempo con lei oggi. Ha appena trascorso un periodo per nulla facile della sua vita ma grazie alla chirurgia ha potuto debellare sul nascere un male solitamente inclemente con troppi. E' fantastico poi avere l'opportunità di parlare con gente di etnie tanto diverse, c'è sempre da imparare e da arricchirsi: molto di quel che siamo lo dobbiamo alla gente che abbiamo intorno. Scommetto che molte persone farebbero fatica a individuare Singapore al primo colpo sulla cartina; è del tutto normale, è così piccolo e lontano... E proprio per questo ci sarà là di sicuro qualcosa di diverso che attende solo di essere imparato; può essere una ricetta per il pollo con il riso come una nuova visione della vita, tutto è possibile quando non si guarda l'orizzonte con i paraocchi.
L. arriva molto tardi, per scusarsi mi regala un girasole (???) e una pianta che ho qui davanti sul tavolo proprio mentre scrivo. Bene, ora ho qualcuno di cui prendermi cura... Mi sa che non durerà molto se si aspetta che io le dia da bere. A meno che non impari a farmi un fischio quando ha sete, allora potremo andare d'amore e d'accordo nei lunghi anni a venire.
Dopo Napule facciamo due passi e ci fermiamo in un altro posto dove ero solito venire soventemente... Sì, diciamo che almeno due volte ci avrò messo piede! E' il Bulgari Café, rinomata cioccolateria dove un cioccolatino costa 1'500 yen. Ma se si tengono bene le distanze da quelle fregature i prezzi non sono così fuori di testa. Considerando che siamo a Omotesando, capitale dell'etno-chic.

Alle 5 circa devo scappare, un altro impegno impellente e inderogabile mi attende: vado a trovare M. sul suo luogo di lavoro, intanto che è in pausa. M. lavorava come cuoco nel ristorante dove son stato svezzato alla vita edochiana; è, tanto per cambiare, sposato con una giapponese da cui ha già avuto due pargoli, una femminuccia di quattro anni e mezzo e un maschietto di uno e mezzo. Dopo quell'esperienza comune aveva lavorato altrove ed ora ha trovato una buona sistemazione: è chef (ovvero capo, per chi non lo sapesse) presso un buon ristorante. L'essere chef è il traguardo di una vita per un cuoco, vuol dire basta correre e far correre un po' gli altri. Certo è una mansione di grande responsabilità e, visti i tempi moderni, si è sempre sul chi va là perchè ristoranti che ci sono un giorno l'indomani non si sa.
Dov'è ora è un gran bel posto, in più c'è una compagnia nipponica alle spalle a dare una certa sicurezza; fanno soprattutto matrimoni ed eventi simili, quindi la clientela non manca. E' al nono piano di un palazzo di Aoyama, con piscina e terrazza che domina su tutta Roppongi: si vedono anche la Mori Tower e la Tokyo Tower.
Faccio volentierissimo due chiacchiere con M., gli spiego di me e chiedo di lui. Non posso fermarmi troppo a lungo perchè deve ricominciare il servizio per cena, ma gli prometto di tornare presto in vesti di cliente.

Questa sostanzialmente è stata la mia giornata di public relations.
Domattina ho parecchi giri da fare, in primis recuperare la tanto agognata cash card, poi ottenuta quella potrò pensare a procurare PC, stampante, cellulare eccetera per l'azienda.

24 luglio 2010 - "Iron" man...

Io lo so già che non devo uscire. O che se esco non devo prender con me i soldi.
E' tragicomico pensare a quanto tempo ci voglia ad accumulare una benchè minima ricchezza e quanto poco per scialaquarla. Quando ricevevo un salario ad ore di lavoro facevo sempre il calcolo delle spese non in valuta ma in quanto tempo ci avevo messo per raggranellare quei soldi che in un amen stavano abbandonando le mie tasche.
E così stamattina do un piccolo aiuto dalla cassa nascosta sotto il materasso al portafogli esangue ed esco. Direzione: dintorni della stazione di Shinjuku. Obiettivo: un ferro da stiro, almeno.

So già che non mi basta. Mi manca troppo Fahrenheit. Sudo e son stufo di questi deodoranti da quattro soldi, voglio il mio Fahrenheit!!
10'500 yen. Alé...

Tocca al motivo per cui ero uscito. Vado al solito da Biccamera, ormai ho la mia tessera punti che grida vendetta.
Prima mi informo un po' sui computer dato che ne dovrà arrivare prossimamente uno aziendale, così questo vecchio compagno avrà il meritato riposo dopo cinque anni e mezzo di onorato servizio e migliaia di chilometri di viaggi. Poi salgo al piano elettrodomestici.
E ora? A parte i prezzi mi paiono tutti uguali! Cioè, distinguo giusto quelli a filo da quelli cordless... Ma questi ultimi sono una spesa inutile, con il cordone mi vanno benissimo. Ci sono di tutti i prezzi, anche se più alti di quel che speravo. Quel Toshiba come sarà? Mah... Stirerà bene la mia camicia questo Panasonic? E chi lo sa! Nel panico vengo assistito da una commessa. Ma alla fine scelgo ancora di testa mia: T-fal, ovvero la transalpina Tefal come la si chiama in Italia. Perchè questa marca? Perchè l'ho già usata in passato, quando lavoravo al ristorante e si dovevano stirare le tovaglie sui tavoli... Con il T-fal si faceva in un attimo!
Anche la mia scelta pare valida: piastra in ceramica, getto di vapore in verticale per togliere le pieghe ai vestiti appesi eccetera eccetera eccetera. Molto più di quel che so usare io un ferro da stiro, diciamo. Più devo anche prendere un'asse da stiro. Vada per una giapponesina in miniatura.
Totale spesa: 10'200 yen circa. Bene, abbiam fatto giornata!
Eh no, perchè lasciato giù il malloppone a casa c'è ancora da fare un po' di spesa. Almeno finchè non imparo a nutrirmi del vapore del ferro da stiro.

Questa l'accoppiata che mi ha tenuto compagnia oggi pomeriggio:














Otto camicie otto da stirare. Condizionatore acceso e via...
Conoscete un modo migliore per trascorrere il sabato pomeriggio? Ah, sì? Ah, non lo sapevo...


Non è che non mi piaccia stirare, me lo faccio andar bene. Va fatto, non ci si scappa. Il mio problema è a monte dell'azione in sé: sono un dannato perfezionista in queste cose. Non mi piace avere una camicia stropicciata, nemmeno una minima piega. E mi fa rabbia non essere sufficientemente bravo da ottenere risultati apprezzabili.
La prima camicia è uscita un po' così... Ero partito benino, poi una distrazione fatale nel ripassare e si è fatta una piega tripla sulla schiena che pare un'artigliata di Wolverine. Le altre non sono state così disgraziate, però qualche zeta di Zorro qui e là o degli autentici "Lucio Fontana" disegnati nel tessuto si sono visti.
Quando si compra una camicia dovrebbero scriverlo. Belli i modelli stretch e compagnia cantante, ma quando poi li si stirano, eh? Ci vorrebbe un cartello: "Attenzione! In mano vostra questa camicia non tornerà mai più allo splendore attuale".
I Giapponesi, come gli Americani, risolvono il problema a monte: molti dei loro capi sono in tessuti che non serve stirare. E infatti le camicie che ho acquistato qui sono venute benissimo senza il minimo sforzo. Per quelle "made in Italy" un po' più belle che ho, invece, penso serva se non un master almeno una laurea.

Tutto sommato non sono andato male. Dopo le prime ho cominciato a scoprire un po' di trucchetti su come disporre la camicia sfruttando gli angoli dell'asse perciò man mano i risultati sono andati in crescendo. Economie di apprendimento, direbbero all'MBA Bocconi.
Restano un enigma da "Voyager" i polsini, non ce n'è uno che mi soddisfi... E qui torniamo sul discorso del design versus praticità.

La sera sentivo i fuochi d'artificio arrivare da chissà dove a sud, forse dalle spiagge di Kamakura o Enoshima. Però le foto da casa mia non sono granchè.
Visto che si stava bene ho pensato di fare due passi a Shinjuku anche dopo cena, dato che altrimenti non avevo molto da fare. Stando bene attento a dimenticare a casa il portafogli e sincronizzando la partenza con la chiusura dei negozi: per oggi ho speso più che abbastanza, ho speso davvero troppo.







Shinjuku è bella, ad ogni ora del giorno e della notte pullula di persone. E' veramente viva.
Però mi costa, ma quanto mi costa!











Domani dovrei essere fuori a pranzo, poi il pomeriggio se riesco passo a trovare un altro vecchio amico, M., al ristorante dove è chef.

venerdì 23 luglio 2010

23 luglio 2010 - A volte ritornano...

E' venerdì. Venerdì sera. E cosa fa un ragazzo Italiano, sano e in forze, single, il venerdì sera a Tokyo?
Si lava le camicie, ecco cosa fa. E le stende per bene sul balcone che domani mattina andrà a comprarsi un BEL FERRO DA STIRO e fa vedere lui alla lavanderia come si stirano per bene le camicie...
Eh, che pazienza che ci vuole. Certo che vorrei stare in giro a divertirmi ma ho troppi pensieri per la testa. Devo riuscire a finire luglio arginando l'emorragia monetaria, così che poi con lo stipendio di agosto posso tirare un po' il fiato. E voglio essere già pronto davanti al PC se arrivassero altre richieste dall'Italia via mail.

Questa mattina sono andato a lezione. E mi sa che sto buttando via parecchi soldi... Alla fine abbiamo letto metà della brochure della mia ditta (= sono in grado di farlo anche da solo a casa), non so come la cosa mi arricchisca linguisticamente.
Vado in ufficio, nessuna novità. Tutto tace. E' un bene o un male?

Oggi avevo promesso che sarei passato al vecchio ristorante ad abbracciare gli ex colleghi, e così ho fatto.
Bello vedere che è ancora tutto là come l'avevo lasciato.
Si prende sempre l'ascensore-razzo che fa 200 metri in 30-40 secondi, lasciando le orecchie tappate e le bocche spalancate di fronte alla vista che si apre agli occhi. Sugooooi è l'unica cosa che si sente dire agli astanti.

Si arriva diretti al 46esimo piano. Ce n'è ancora uno da fare a piedi.


La vista sull'hamarikyuu garden è sempre quella, non è cambiata una foglia...
Ho visto quegli alberi in estate, primavera, autunno, inverno... Sono stati verdi, rosa, rossi, bianchi...









E anche di là, lo tsukiji con i suoi odori e il suo fermento non cambia mai...


There's no place like home. E io qui mi sento a casa. Non entro dall'ingresso principale, passo da quello di servizio per andare dritto in cucina. Non mi siedo a tavola a mangiare, mi metto al bar per fare due chiacchiere con tutti.
Vengo cullato e pasciuto come il figliol prodigo. Chiedo giusto un'insalata per tornar subito in ufficio e mi ritrovo un piattone con dentro di tutto, anche la mozzarella che qui è un lusso, poi per second tagliata con rucola e grana e pure un bel creme caramel come dessert! E il tutto a costo zero... Non è un sogno?
Ci sono quasi tutti. Certo, molti sono andati per altre strade e non li rivedrò più qui, ma di chi sapevo avrei potuto trovare oggi manca solo uno. Quindi, spiacente, mi toccherà tornarci...

E basta, il resto è storia recente. Torno in ufficio nel pomeriggio, ceno in una bettola cinese e rincaso, mi metto a fare i mestieri da bravo casalingo single ed eccomi qui, ad attendere se ci saranno sviluppi via e-mail prima che il anche il mio weekend possa cominciare.

22 luglio 2010 - La resa dei conti

Il mio spirito ambientalista mal si combina con l'insonnia da afa. Mi tocca quindi a tratti, quando mi sveglio in un lago di sudore, accendere il condizionatore. Lo spirito è forte ma la carne è debole...

In mattinata come da copione vado da M. per prendere una copia dei documenti della società: mi serviranno per ottenere il cellulare azienda, assieme alla cash card che ancora aspetto dalla banca.
M. non si fa nemmeno vedere, lascia il malloppo cartaceo alla segretaria che mi liquida in un niente.
Beh, tanto meglio così. Finchè non vedrò la parcella...

Mangio i miei soliti 30 centimetri di panino al tonno al Subway e trascorro il pomeriggio in ufficio. Anche lì è una lotta tra la tentazione di creare un clima polare con l'aria condizionata e la consapevolezza che se lo facessero tutti gli abitanti del pianeta... non sarebbe bello.
Ho diverse gatte da pelare. Anzitutto mi arriva una complicatissima mail dal commercialista, ci vuole tanta buona volontà e più di un dizionario per capirne il significato; è in risposta alle domande che gli avevo girato, roba di tasse e assets societari. Brutte cose insomma. Ricordo che alle elementari la maestra ci diceva: "non accettate ratei dagli sconosciuti che c'è dentro la droga"... Come darle torto!
In più si aggiunge il conflitto a fuoco tra il mio avvocato e la Camera di Commercio, e io perfettamente in mezzo. Purtroppo sembra che i loro punti di vista (ad oggetto il mio ufficio) non siano conciliabili, o lo saranno quando si vinceranno frizioni che si portano avanti da tanto tempo. Tutto ciò non fa sì che non si sappia quando arriverò a firmare un contratto per l'ufficio, quindi l'avvocato giapponese non è soddisfatto dei requisiti per il visto eccetera eccetera eccetera. Ma a me una cosa che fili tutta liscia una volta mai, eh?

Finisco una mezz'oretta dopo, mi fermo al Mac per non perdere tempo. Devo passare una serata a giocare una partita doppia... No, nessuna battuta, proprio quella partita doppia: "dare" e "avere", come inventò Luca Pacioli due anni dopo la scoperta dell'America.
Devo trarre un bilancio delle spese della compagnia nelle prime settimane di vita, e visto che finora si compenetrano con le mie uscite monetarie è giusto mettere bene in ordine tutti i numeri.
Verso le 10 di sera ho il mio bel file di Excel che mi mostra impietosamente quanto costa la vita a Tokyo...
Due mesi di affitto, caparra, parte intascata dall'agenzia eccetera più di 3'700 euro, al cambio odierno.
Più di 1'500 euro di mobili Ikea.
Più di 500 euro di frigorifero e lavatrice.
E via così. Fino a rendermi conto che meno di un mese ho speso una cifra assurda, talmente alta che avrei potuto comprarci una macchina di piccola cilindrata a basso costo, se mi incentivassero la rottamazione...
E sì che non sono qui a brindare con lo champagne in calici di cristallo, anzi: non ho ancora nemmeno i piatti e i bicchieri, uso quelli usa e getta di carta. Non sto ancora vivendo, sto ancora sopravvivendo.
Ottenebrato da presagi seguiti da tanti zeri vado a dormire presto, sfidando la calura.

mercoledì 21 luglio 2010

20/21 luglio 2010 - Estate

E' ufficialmente finita la stagione delle piogge. Nessun proclamo per radio o TV ma la differenza la si sente. E' tutta nell'aria, nei suoni e nei colori del cielo. Nel silenzio, mentre Tokyo dormiva, l'estate ha fatto capolino, preannunciata dal solito fru fru fra le fratte dei semi (pron. "semì"), le cicale. Quando senti loro non ti puoi sbagliare, sai che è ora di chiudere l'ombrello per qualche settimana.
Inizia il periodo degli omatsuri (festival) e degli yukata (kimono estivo), degli hanabi (fuochi d'artificio, letteralmente "fiori di fuoco") e dei suika (anguria).
L'afa dei giorni scorsi non se n'è andata, si è trasformata ma persiste. Le temperature si aggirano intorno ai trenta gradi; quando tira un filo di vento non si sta poi così male. Il problema è che non tira quasi mai nemmeno un alito di brezza.
Son due notti che non dormo per il caldo. E' una sauna, una tortura. Ma mi ostino a non accendere il condizionatore, mi da fastidio pensare che altrove nel mondo gente che sta peggio di me non si può concedere questo lusso. E poi inquina terribilmente, se pensiamo all'energia che consuma.
Il lavoro è in stallo. Faccio quel che posso ma non posso fare passi avanti, dipendo troppo dalle persone ed ognuno ha i suoi tempi, il che dilata ogni cosa. Solo l'avvocato M. sembra aver preso gusto a scrivermi, a volte mi scrive ogni dieci minuti. E le motivazioni plausibili sono solo due: o sta cercando di "estorcermi denaro" fingendo di lavorare per me, che è la cosa più verosimile, o si è innamorato di me! Ahahahah!
Mi fa pressioni perchè gli procuri il più presto possibile un documento. Ma non lo sto scrivendo io. E chi lo scrive aspetta una risposta dal dottor S., il mio commercialista. Quindi io ho tanto potere quanto un monarca in una repubblica...

夏 (natsu), estate. I Giapponesi la odiano. Chiedete pure, c'è chi ama le foglie rosse dell'autunno, ci ama i ciliegi della primavera, chi la fredda neve d'inverno. Se direte che vi piace l'estate rimarranno sbigottiti.
Lo so perchè io amo l'estate, è la mia stagione preferita. Ascoltare la voce dei semi seduto all'ombra, nel silenzio di qualche angolo verde, mi da una sensazione di pace. Andare al mare, prendere il sole, guardare i ragazzi che si divertono sulla spiaggia... l'estate è viva, è la stagione dove più si può respirare la vita. Ma la gente intorno a me non lo capisce, mentre in metropolitana si lamenta che il vicino è tutto sudato o che l'aria condizionata è troppo forte o troppo debole. Forse se si fermassero un minuto a pensare agli amori delle vacanze estive, in gioventù, quando c'era quello o quella che ti faceva battere il cuore, capirebbero.
Ma non ci si può fermare, non a Tokyo.

E allora via che domani è un altro giorno di caldo, e io comincio subito la mattinata con l'ennesima visita dall'avvocato M. a Roppongi.
In questa serata di relax mi guarderò un po' le luci dal balcone, respirando il soffio di vento che c'è qui "in quota".

martedì 20 luglio 2010

19 luglio 2010 - Stachanov

Umi no hi, il giorno del mare. Una delle tante (sempre troppo poche) festività nazionali che i Giapponesi si sono inventati per staccare la spina ogni tanto. Create ad arte per fare dei piccoli ponti, dei sanrenkyuu (vacanza di tre giorni).
Tutti a casa, quindi. Ma con ristoranti, hotel, supermercati, convini, negozi tutti aperti...
Cosa sto a casa a fare io? Se sto qui poi spendo soldi e basta; qui TUTTO è spender soldi, si mangia e si spende, si prende la metro e si spende... Non che da altre parti non lo sia ma con il costo della vita qui c'è da mettersi le mani nei capelli quando si fanno i conti a fine mese. E io fino a fine mese voglio star tranquillo con le spese, almeno per tirare un bilancio dei primi 30 giorni in cui mi sono svenato.
Deciso: al lavoro!
Alla Camera di Commercio non c'è nessuno. Mancano solo i cespugli di rovi che rotolano per l'ufficio spinti dal vento del far west...
Niente, mi accomodo al mio posto, estraggo il mio pesantissimo PC dalla borsa (la mia spalla mi implora di comprarne uno in fretta) e mi metto a mandare e-mail e a continuare con la gestione quel che stiamo costruendo qui. Ma non c'è nessuno a rispondermi. Tutti in ferie.
Bene.
Continuo con le mie faccende. Potrei mettermi a fare un torneo di calcetto nel resto dell'ufficio, vista quanta gente c'è.
Arrivano le 18. Dalla mia porta vedo la penombra degli altri spazi comuni con le veneziane mezze abbassate. Si mettono a suonare improvvisamente tutti i telefoni. Le luci rosse dei loro LED lampeggiano e proiettano ombre sui muri. Inizialmente non ci faccio caso, poi noto che il trillare non smette. Uno, due minuti, e prosegue. Scena da film horror giapponese. Ok, ora sono convinto, è ora di andarsene a casa!

Nella pseudo-tranquillità delle mie quattro mura amiche mi faccio la pasta.
Poi, visto che la sera grazie al fuso orario è sempre più proficua dal punto di vista del lavoro, mi metto al PC. Non l'avessi mai fatto... Arriva la mail figlia diretta di quella che tanto mi aveva fatto sudar freddo la settimana scorsa. Sembra che l'indomani sarà una bella giornata di grattacapi, meglio se Stachanov si imbusta e ne riparliamo il giorno dopo...

18 luglio 2010 - Il caffé dei gatti

Domenica mattina non riuscivo ad alzarmi, ovviamente. Manco a dirlo, dopo aver fatto le 5 la notte prima, non è che son più il ghepardo di una volta...
Mi sono fatto un pranzo a dir poco luculliano. Un etto abbondante di pasta al tonno (che a me piace sempre), due etti di filetto di petto di pollo, una banana e uno yogurt. Praticamente è come aver mangiato le lasagne fatte in casa, quei pasti domenicali caduti in disuso con la cucina pronta Knorr ("ma oggi, non è domenica!", ve la ricordate?).
Poi sempre con calma mi sono dedicato un po' alla casa, metti un po' in ordine qui e là, fai prendere aria ai vestiti e via dicendo.
Alle 17 dovevo vedermi a Shibuya con M.; lei è una ragazza che studia Italiano che mi ha contattato tramite Facebook. Era un po' che mi chiedeva di vederci ma ho sempre avuto un po' da fare. Siccome però c'era un posto dove ci tenevo ad andare ho pensato di accontentarla.
Siamo andati... al Neko Café!!!
(cliccare sulle immagini per ingrandirle)
Che cos'è il Neko Café?
E' un normalissimo bar minuscolo, giusto grande quanto una stanza, dove l'attrazione sono i gatti.



Costa circa 500 yen per mezz'ora, più altri 500 yen per un soft drink.






Le regole da seguire sono ferree, e fin dall'ingresso si è costretti a leggere le "istruzioni per l'uso", come giocare con i gatti, come trattarli, come non infastidirli.



Bisogna sterilizzarsi le mani all'ingresso, sacrosanta zooprofilassi.






M. ha portato la sua Canon EOS Kiss X4, ovvero la 55oD in Italia; io ho qui con me, in prospettiva di futuro acquisto, il 50 mm fisso della Canon (F1.8) e non ho perso occasione di scattare foto ai gatti!







Sì, certo, pensare ai gatti sempre chiusi in quella stanza da molto a cui riflettere. Sono felici così? O sono solo sfruttati? La cura e l'affetto che ricevono vale la loro libertà? E' come essere allo zoo...



Dopo un'ora là dentro (ma sarei stato lì tutto il giorno!) siamo andati a fare due passi. Shibuya, poi Omotesando e Harajuku. E da Harajuku al parco di Yoyogi. Non c'è più l'acqua a Yoyogi!!! L'hanno tolta tutta per pulire la vasca. E le tartarughe? Dove saranno le tartarughe? Mi sento un po' il giovane Holden che si preoccupa per le anatre...
Dovevo anche vedere il mio ex collega giapponese K., anche lui ci teneva a vedermi. Solo che non era libero, allora sono andato a trovarlo sul suo posto di lavoro attuale: una bruschetteria nemmeno troppo lontano da dove vivo. Così mi sono mangiato anche una bruschetta, ora che non posso più bere l'aperitivo con gli amici la domenica sera ho cercato di mantenere la tradizione!
E' un posticino tranquillo, penso che ci tornerò volentieri. Poi da Italiano amico di amici ecc. si finisce sempre per avere i trattamenti speciali.
K. ha per collega un Italiano, uno dei tanti che ha girato il mondo con la valigia di cartone. Partendo dall'Abruzzo nel suo caso. Certi personaggi sono così pittoreschi e hanno visto così tante cose che andrebbero dipinti in un libro... Ora è qui, domani non si sa.
Poi c'era uno chef che ha vissuto un anno circa in Italia. E mi ha bellamente gabbato con uno scherzo. Mi passa un bicchierino e mi dice: "Assaggia questa birra". Faccio per bere... Non scende! E tutti ridono... Era una gelatina dello stesso colore con sopra della panna montata ad arte per farla sembrare schiuma. Solo facendo caso che non c'erano bollicine che si muovevano la si poteva distinguere ad occhio dalla bevanda originale!
Alle 10 circa lascio K. al suo lavoro e torno a casa. L'indomani si lavora!

domenica 18 luglio 2010

17 luglio 2010 - Mangia come parli!

Nonostante dormissi da poco, alle 8 avevo già puntato la sveglia: oggi dovevano arrivare frigo e lavatrice.
Non mi sono alzato comunque, non ce la facevo assolutamente. Ma ero sul chi va là e lasciavo che ogni tot la sveglia suonasse per non riaddormentarmi profondamente.
Alle 9 e qualcosa mi arriva la telefonata da Biccamera che mi dice che la consegna avverrà tra le 10 e mezzogiorno. Bene, animo in pace e fino alle 10 dormo.
Poi mi alzo del tutto e mi sveglio con una doccia.

L'addetto arriva, fa tutto lui con premura e precisione tutte giapponesi. Non devo manco buttare via gli scatoloni. Mi collega la lavatrice in men che non si dica. Gli lascio 1'000 yen, bevici una volta!.
La lavatrice è inserita nel suo apposito vano richiudibile,
scompare del tutto.
E' una Hitachi con mille funzioni tutte rigorosamente in giapponese, manco a dirlo.
Ho comprato poi anche il detersivo liquido e l'ammorbidente. Però l'ammorbidente fa anche da detersivo e mi hanno detto di non usarli insieme. Mah!
Una lavatrice già l'ho fatta, sembra venuto tutto bene. Almeno non ho sbagliato programma!











Questo è il nuovo angolo cucina con il frigo al suo posto. Sì, è un frigo-nano ma per una persona va benissimo. La lavatrice è a sinistra, dentro gli antelli chiusi.















Tanto per cambiare mangio al Mac. Un menù Chicken Filet oggi, niente Teriyaki Burger, e insalata al posto delle patatine fritte.
Nel pomeriggio mi perdo via a chattare con la famiglia, arrivano le 4 passate e il sonno si fa sentire. Dormicchio senza lasciarmi andare o so già che rischio di non dormire la notte, dannato io!
Arriva l'ora di cena e devo procacciare il cibo in qualche modo. Ramen? Chahan? Vediamo cosa offre il mercato...
Comincio così a camminare in direzione Shinjuku. Arrivato all'altezza del parco, noto sulla sinistra un supermercato. Un supermercato? Via!!
Ritrovo tutte le cose che compravo gli anni scorsi. I sughi, la pasta, gli gnocchi... C'è tutto quel che mi ha consentito di vivere per più di un anno! La mia vecchia dieta può ricominciare.
Mi lascio un po' troppo andare, me ne rendo conto dopo e prima di andare alla cassa lascio giù un po' di cose.

Beh, questa è la spesa odierna. Due banane, gnocchi "Amato", un litro di succo d'arancia, sale, acqua, due "De Cecco" da 300 grammi (fusilli e mezze penne), due spaghetti Barilla da 300 grammi, 4 yogurt Activia Danone (presi per curiosità, qui lo yogurt è minuscolo! Ho scelto l'unico marchio conosciuto, anche se qui si chiamano "bio"), olio d'oliva SPERO Italiano, un sugo al mascarpone che c'è scritto arriva dall'Italia, sugo al basilico Barilla, tre scatolette di tonno, gorgonzola, burro di Hokkaido, un etto di petto di pollo e due barrette proteiche.
Totale?
5500 yen circa. Praticamente 50 euro. Provate per curiosità a scoprire quanto paghereste l'equivalente in Italia...







Se vi fa strano vedere la pasta italiana in Giappone, l'immagine sottostante è per voi. Davanti ti tenta, dietro ti spaventa. Che ci sarà mai scritto sul retro della confezione nipponica? Eheheh!


La cena di stasera è stata: spaghetti al sugo al basilico, una banana e uno yogurt. Piano piano iniziamo a ragionare. Piano piano. Se mi lasciassi andare avrei già svuotato la dispensa...

Mi sono venuti in mente i vecchi spot Barilla. Non devo guardarli troppo o mi commuovo veramente...



Poi stasera mi sono messo a portare in pari finalmente il blog. Avrò dimenticato tante e tante cose... Pazienza.
Domani devo vedere due amici giapponesi. Situazioni diverse, appuntamenti diversi, manco si conoscono tra loro. Alla faccia della mia gestione oculata delle risorse, avrei preferito spostare in avanti ma le richieste si facevano pressanti...

sabato 17 luglio 2010

16 luglio 2010 - Gala di gagà

E' stato un venerdì infinito!

La mattina mi alzo, mi rado e corro a scuola. Ho la prima lezione privata, voglio approfondire il mio giapponese per business.
L'insegnante però non sa nemmeno da dove iniziare. Non sa di che mi occupo, non sa come istruirmi a dovere. Allora si procede a tentativi, guardando un libro piuttosto che un altro. Aggiustiamo un po' la mira per la prossima lezione, venerdì prossimo.
Finiscono le due ore, devo correre a casa: il tecnico della NTT arriverà a collegarmi il modem in camera così che io abbia finalmente la mia linea privata.
Trascorro così la mia pausa pranzo guardando il signor Motomura che lavora, poi scappo in ufficio.

Devo tradurre la bozza di contratto del mio commercialista, faccio appello al dizionario perchè ci sono di quei kanji (ideogrammi) tra l'impossibile andante e l'assurdo ma non troppo.
Alle 7 ho la cena della Camera di Commercio; inizio con aperitivo e dopo mezz'ora buffet.
Alle 5 sto ancora scrivendo all'avvocato per esaudire le sue richieste. Alle 6 devo essere dall'agenzia immobiliare a firmare le carte per l'assicurazione sulla casa. Arrivo a 17:55 dall'agente che però non trova più il foglio; firmo a 18:15 un documento dove c'è scritto che se faccio stalking la compagnia assicuratrice mi rimborsa solo un tot. Ok, terrò presente.
Sono a casa a un quarto alle sette. Mi devo lavare e cambiare da cima a fondo. Esco di casa che le sette sono passate. Addio aperitivo.
Arrivo a Roppongi Hills alle 19:40 circa. Ok, ma dov'è in questa struttura monumentale l'angolo dove si terrà il tutto? Cerca cerca cerca cerca. Sono le 8 passate quando dico il mio nome all'ingresso.

E' tutto come mi aspettavo. Tranne la nazionalità della gente: Italiani in nettissima minoranza. Tutti firmati, donne in abiti lunghi e via dicendo. Dall'altra parte della barricata ne ho viste a iosa di feste così. E so anche come si consumerà il rituale: infatti il buffet è già vuoto. Mi sembrava di saperlo, penso mangiando l'unico arancino di riso che cortesemente mi hanno lasciato, praticamente l'unica cosa che mangerò in tutta sera. Per la modica cifra di 8'000 yen.
Li conosco, gli avvoltoi. Manco mi ci metto con loro. Volteggiano nei pressi del buffet come rapaci sulla preda, poi quando vedono il cameriere che si avvicina con un nuovo piatto giù in picchiata e in meno che non si dica spazzolano anche le briciole. Gente di una certa classe, si diceva.
Veramente io avevo preso anche qualcos'altro da mangiare. Qualche arancino in più. Ma mentre vago con il mio piatto uno sparuto nugolo di giapponesi mi invita: "appoggi pure qui il piatto, stia con noi , non sia timido". E comincia il walzer del meishi, ho già finito di mangiare. Il meishi è il business card, il biglietto da visita, e come tutti sanno è fondamentale in Giappone. Dice chi sei e come reperirti, ne va fatto tesoro. E io, ovviamente, non ne ho manco uno: non perchè non sapevo non servisse ma per il fatto che essendo ancora "provvisorio" non saprei manco cosa scriverci.
Così trovo gente che gestisce alberghi e mi promette sconti, ditte di Nagoya che fanno macchine per stampare sui tessuti. Del mio settore? Manco l'ombra. Ma niente proprio. E' desolante vedere che poi i giapponesi non capiscono nemmeno cosa sia l'ottone, neanche quando glielo spiego in giapponese, neppure di fronte ai kanji di shinchuu scritti sul cellulare. Niente. Provo in inglese. Brass. Bu-ra-su... - Ah, ho capito! Glass!!!
Mi cadono le braccia.
Presente l'alluminio? A-ru-mi-ni-a-mu? Ah, certo! Ecco, non c'entra niente, io vendo ottone.

Conosco gente qui e là, nessuno di una benchè minima "utilità". Sì, giusto magari la ragazza che importa cibo italiano, ma per soddisfare la mia pancia.
Mi presentano anche il direttore di Roberto Cavalli in Giappone. Un livornese simpatico, sprezzante dell'etichetta e dei costumi nipponici. Mi prende in simpatia avendo lavorato un tempo a Palazzolo. Beh, vogliamo quantificarla questa simpatia con qualche capo d'abbigliamento gratis? Continua poi a rivolgersi a me dicendomi: "dai, pota, dai"... A scanso di equivoci, quando sono fuori città tendo a perdere il mio accento, ma avendogli detto di dov'ero...

La serata prosegue così, piano piano la gente scema (nel senso di scemare!) e l'orchestra stacca.
E io ho il mio malloppo di inutili meishi nel taschino.

Bevo un bicchiere di vino con un ragazzo della Camera, faccio due chiacchiere con dei bocconiani che trascorreranno un mese a Tokyo per preparare un esame estivo. Il vecchio Campus Abroad. Ai miei tempi si faceva anche a Cuba. Praticamente un esame venduto (a caro prezzo), perfettamente inutile dal punto di vista formativo. Come mi disgustava l'ambiente bocconiano dei tempi, ora le nuove leve non me lo fanno apprezzare certo di più. Sebbene sto rischiando a carissimo prezzo di non avere un pezzo di carta in mano quando chiederò il visto (lo so per certo anche se nessuno me lo dice), ora più che mai non mi pento delle mie scelte.

Valuto sempre più l'idea di mollare gli ormeggi, salutare e tornare a dormire. Quando capita il classico che non ti aspetti: mi arriva lì un ex collega del ristorante! Esattamente C., che è stato mio manager. E' in compagnia di una giapponese che sta imparando l'Italiano di una romana, A., che lavora per l'ambasciata. A. è in Giappone da due anni e dovrà rimanere per altri tre per via della missione diplomatica ma, per la serie "chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane", odia visceralmente il Giappone. E' il rigetto di chi è stato trapiantato qui a forza, non capisce la lingua, non si riesce ad integrare.
Ci beviamo qualcosa lì al bar e poi andiamo in giro per Roppongi.
Prima finiamo in un locale con musiche caraibiche, salsa, bachata e via discorrendo, a bere e a ballare (io che ballo? No comment... Però almeno non ho pestato piedi), poi ci spostiamo in un altro bar a fare altre chiacchiere davanti ad un drink.
L'ultima metro ormai è un miraggio da tempo.
Ci alziamo da là che sono le tre. Non ho nemmeno idea quanto potrebbe costarmi un taxi da qui a casa.

Se vi venisse mai posta la domanda - non so, magari per un quiz a premi tipo "Chi vuol essere milionario" - "Quanto ci vuole da Roppongi a Nishishinjuku a piedi?" rispondete senza esitazione: "circa due ore" e il montepremi sarà vostro.
Roppongi - Shibuya - Shinjuku. La strada è facile. Potrei farmela a piedi. Perchè sprecare i soldi di un taxi? Facciamoci questa passeggiata. Fa niente se l'abbigliamento non era quello idoneo, fa niente se le scarpe facevano male... Era divertente vedere la città di notte abitata da spettri ubriachi e colonne di taxi, mi domandavo dove avrei visto l'alba, quanto tempo ci sarebbe voluto. E beh, ce ne vuole parecchio.
Arrivo che il sole è già sorto da un pezzo. Metto i vestiti stesi a prendere aria, rapida doccia e mi butto nel letto.

15 luglio 2010 - Il miglior amico del cane

Che sarei io nella fattispecie.
La mattina esco di casa e mi trovo subito all'angolo della strada un carlino legato con il guinzaglio ad una transenna. Mi guardo intorno: nessuno. Oddio oddio, vuoi vedere che l'hanno abbandonato? Con il caldo e l'afa che c'è? Faccio due passi, non vedo nessuno. Ho il pensiero che mi attanaglia. E' mio dovere morale non lasciarlo lì. Ma sarà di qualcuno?
Non ce la faccio a fare finta di niente. Attraverso la strada e mi fermo al koban, ovvero uno stanzino dove sono sempre di pattuglia un paio di poliziotti più per aiutare la gente che altro. Cerco di spiegare all'agente la situazione ma non so manco come si dica guinzaglio. Lascio intendere, lui mi dice che se ne occuperà e mi metto l'animo in pace.
Ho fatto la mia buona azione. L'ho fatta davvero? Ci penso dopo: a parte che non ero assolutamente sicuro che il cane fosse abbandonato, anzi, se comunque finisse in canile verrebbe ucciso nella camera a gas perchè qui i cani "di seconda mano" non li adotta nessuno. Che crudeltà inutile, eh?

Lascio perdere questi brutti pensieri e vado a lavorare.
Tra mercoledì e giovedì ho parecchio da fare per recuperare tutti i costi per le stime che mi erano state chieste dalla casa madre. Vai di qui, vai di là, sempre in giro.
Così ho anche l'occasione di fermarmi a prendere una cintura marrone da abbinare al completo e una cravatta, dato che non mi ero portato né l'una né l'altra.
Con la cintura me la cavo subito, vado alla solita Uniqlo. Leather produced in Italy. Made in China. Va bene lo stesso, arriverà tra qualche mese il momento degli acquisti più impegnativi. Per ora seguiamo le necessità.
La cravatta è un bel parto. Vado all'Odakyu, ennesimo grande magazzino pieno di firme. Di quei posti dove non mettono nemmeno fuori i prezzi perchè i ricchi comprano senza problemi.
Beh, ci sono i saldi, in fondo. E poi ci sarà anche qualche marchio meno blasonato, no?
Sesto o settimo piano, reparto uomo.
Ah che belle le cravatte di Burberry! Mi scusi, costano tutte uguale? - improvviso io giusto per non chiedere direttamente il prezzo... No, ce ne sono di due tipi. Questa da 18'800 yen e questa da 15'500. Giusto quei 140-170 euro per un pezzo di stoffa, mi pare onesto. Con un sotterfugio mi dileguo.
No, no, non ci siamo, non è questo l'ordine di prezzo che ho in mente. Possibile che il Giappone sia tutto così? Per ogni migliaio di salarymen tutti vestiti al mercatino delle pulci c'è un presidente dalla compagnia che sperpera denaro come nulla fosse. Ok, certo che certe differenze esistono in tutto il mondo ma qui è estremizzato all'inverosimile. Sta venendo a mancare la classe media direi. E a Ginza tutto costerebbe probabilmente ancora di più. Non c'è assolutamente alcuna connessione con la realtà, è tutto marchio, tutta fuffa.
A me piace il ben vestire ma qui siamo fuori di testa.
Alla fine mi prendo una cravatta in saldo, made in Italy, o almeno così dice il cartello, a 5'000 e qualcosa yen. 45 euro, qui l'avrei presa alla metà.

Devo assolutamente calibrare le spese, voglio sapere quanto mi costa vivere senza esagerare ma senza nemmeno fare la fame.

La sera esco dalla metro a Shinjuku perchè ero passato da Shibuya a raccogliere informazioni sulle tariffe dei cellulari aziendali. Quindi ho un po' da camminare.
Proviamo questa strada nuova per andare verso casa. Bene o male mi tengo sulla sinistra i palazzi che conosco bene, so in che direzione sto andando.
Mi perdo via a guardare i negozi, a memorizzarli in modo da sapere dove trovare questo e quello. E proseguo. Mi viene fame e mi fermo in una bettola a mangiare udon e chissà cos'altro.
Riparto e vado dritto. Ma siamo sicuri che sia la strada giusta? Mah, sì, là più avanti girerò a sinistra e più o meno so dove sono.
Attira la mia curiosità un negozio di cani. Entro e sono sbigottito. Cagnolini cuccioli di tutte le razze, chiusi in gabbie di plexiglass di 50 centimetri per 50 con tanto di potenziali padroni idioti a guardarli e a dire "kawaii"... [= che carino!]
Ma scherziamo??? Dove sono le associazioni per i diritti degli animali? Questa è una tortura! Non oso immaginare cosa succede ad un cane se non viene venduto finchè è cucciolo.
E' abominevole. Ma è il Giappone, in fondo la cosa non mi stupisce e me ne vado disgustato.

Ritorno sulla strada di prima. Vado avanti.
Cartello: Nakano-ku. Oddio ho cambiato Comune! Mi sa che mi sono spinto un po' troppo in là...
Mi fermo a un koban e chiedo informazioni. Come prevedevo devo andare avanti a sinistra, sono esattamente sulla strada che porta a casa mia ora. Ma è bella lunga!
Beh, almeno ho visto cosa offrono le vicinanze.

14 luglio 2010 - La prima cena

Non ho molto da segnalare, è stata una normale giornata di lavoro.
Però, tornato a casa, finalmente con un attimo di pace, ho potuto mangiare al MIO tavolo seduto sulla MIA sedia. Ed era la prima volta che capitava.


Beh sulla qualità della cena poi ci sarebbe da disquisire... Tagliatelle al gorgonzola liofilizzate... Ma va bene così, in quel mentre erano buonissime lo stesso.

13 luglio 2010 - La bella lavanderina

20 chili. E' quanto stimato dalla Lufthansa potesse bastarmi per iniziare una vita.
Togliendone 5 di valigia a secco.
Via salviette, lenzuola, tutto. Lo stretto indispensabile.

Le scelte hanno riguardato perciò tagli su tutto, dalla biancheria alle scarpe.
E dopo quasi due settimane di arrivo in una città dove si suda a star seduti, gli indumenti puliti scarseggiano. C'era a dir la verità una lavatrice a gettoni nel ryokan ma i vestiti uscivano di lì più fetidi di prima...
Fino a sabato niente lavatrice. Non ho più camicie pulite, come vado a lavoro? Bisogna organizzarsi.
Allora, alcune camicie le porto subito in tintoria insieme ai jeans, stando attento di tenermi qualcosa di emergenza. Purtroppo prima di venerdì alle 17 non potrò più disporne.
Poi entra in gioco la mia migliore amica. Dry fan 24. Che cos'è?
Tutto in Giappone ha un manuale d'istruzioni. Compresa la casa. ci sono opuscoli per tutto, da come usare il gas, la luce, il citofono, il water... E c'è un intero libretto sulla dry fan 24, la ventola che c'è nel bagno (inteso come bathroom non toilet), dentro la bath unit. A che serve? Beh, un po' a tutto, sia per i vapori sia per tenere calda/umida la bath unit. E anche per asciugarci i vestiti, manuale d'istruzioni alla mano. C'è il disegnino che lo spiega. Ed ecco perchè avevo comprato le aste da mettere sopra la vasca il giorno prima.
Il progetto è: i jeans che ho usato poco e non ho portato in tintoria li lavo a mano, insieme ad un po' di biancheria, nella vasca. Poi attacco la dry fan 24 e faccio asciugare il tutto. Il giorno dopo ho i miei jeans puliti.
Procedo.
Sapone e tanto olio di gomito, dopo un paio d'ore qualcosina è lavata e stesa in bagno.
Ma non voglio fare andare la ventola tutta notte, è rumorosa e ho sempre paura a lasciare gli elettrodomestici attaccati. Quindi un po' comincio ad asciugare la sera, poi punto la sveglia alle 5, faccio andare un paio d'ore mentre dormo ancora un po' e ho i jeans pronti.
Machiavellico. Diabolico. Perfetto.

Attuo tutto alla lettera.
Mi risveglio alle 7. Vado in bagno a controllare i jeans. Fradici.
Tradito dalla mia migliore amica.
Che faccio adesso? Mi viene in mente un ultimo paio di pantaloni, quelli del completo. Metterò quelli, stando attento a non sporcarli.

Di camicie ne avevo comprate tre il giorno prima, all'Uniqlo, una specie di Oviesse diciamo.
All'Uniqlo proclamano a gran voce la difesa della giapponesità dei loro prodotti ma sono tutti made in China. Però la qualità non è infima, il prezzo è onesto. 10'000 yen tre camicie.
Non è che non potrei permettermene di più ma non ho ancora passato la metà del mese. Calma e pazienza, calma e pazienza. Il guardaroba aumenterà piano piano, senza fretta. Da sabato ci sarà la lavatrice e l'emergenza finirà. Avere anche il ferro da stiro poi sarà il top dei top, ma facciamo prima passare luglio e le sue spese.

Per la cronaca: i jeans poi li ho stesi sul poggiolo e si sono asciugati in men che non si dica, grazie al vento forte che qui "in quota" non manca mai.

12 luglio 2010 - Pareggio di bilancio

Ricomincia la settimana lavorativa. E come sempre non mi sono riposato nel weekend. Vabbè, su, è l'inizio, è normale.

Oggi tra le commissioni che mi ero imposto c'era quella di passare dall'avvocato M. a ritirare dei documenti da presentare successivamente in banca. Vado, prelevo e mi tiene lì... Vigliacco, se sta cercando di giustificarsi l'esoso onorario troverà la macchina griffata sulle fiancate...
Poi torno alla mia solita filiale. Al solito chiedo di staff in grado di parlare inglese ma nulla, impietosamente vengo trattato come un cliente qualsiasi. Prendo il biglietto con il numero e mi accomodo. Mi chiamano, sportello inedito per me. Spiego alla ragazza cosa devo fare: prelievo a titolo personale (anticipo su stipendio, necessario per frigo, lavatrice e tirare a campare fino a fine mese) e documenti per ottenere una cash card (un bancomat, diciamo) aziendale.
Ok, tutto fila liscio. Mi fa vedere come scrivere "representative director" in Giapponese (daihyoutorishimaryaku, vorrei vedere voi...) e compilo tutti i campi richiesti. E poi... La figuraccia in agguato.
Devo apporre il mio sigillo, il timbro aziendale. Estraggo il sacchettino dall'involucro cartaceo, tolgo il timbro dal suo borsello di pelle, lo immergo nell'inchiostro rosso e... Ottengo un pallino rosso, pieno. Senza scritta. Eh? Com'è possibile?
Non ho tolto il coperchio al timbro.
La silenziosa e pacata impiegata scoppia fragorosamente a ridermi in faccia...
E ha ragione.
Presente quando vi versate l'acqua nel bicchiere senza togliere il tappo? Ecco, un po' più grave ma la sensazione è quella. Sono rosso come l'inchistro del timbro. E mi tocca pure usare le salviettine per star lì a pulire il coperchio.
Bene, ora siamo pari in banca. Tanto era stata imbranata l'altra impiegata la volta precedente, tanto sono stato imbranato io oggi.
Palla al centro.

La sera uscito dall'ufficio vado diretto da Biccamera a comprare frigo e lavatrice. Cioè, a ordinarli più che altro dato che la consegna è prevista per sabato 17.
Mangio qualcosa ma la sera non sono ancora soddisfatto: mancano troppe cose per rendere vivibile questa casa. Avverto soprattutto la mancanza delle tende, tutte le mattine il sole mi sveglia. Si chiama Sol Levante mica per niente, qui prima delle cinque è già chiaro...
Mi dirigo verso il Tokyu Hands, un grande magazzino dedicato soprattutto a cose per la casa.
E' adiacente a Takashimaya, nello stesso palazzo; Takashimaya è il grande concorrente di Mitsukoshi, praticamente due grandi magazzini che si contendono la leadership de "La rinascente" nipponica.
Comprerei di tutto. Dallo spazzolone alle salviette, non ho nulla a casa. Mi serve qualsiasi cosa...
Ma devo centellinare il budget, tutto a suo tempo. Ci vuole calma e pazienza.
Prendo un po' di appendini, delle aste per il bucato (spiegherò), uno scopino con la paletta e, finalmente, LE TENDE!
Allora, come si comprano le tende in Giappone? E' facilissimo, non potrebbe essere più semplice. Tutto qui è standardizzato. Tutto. Compresa l'altezza delle tende e gli anelli con cui attaccarle. Quindi essendo casa mia già predisposta non ho fatto altro che scegliere tra 178 cm o 200 cm, sapendo bene che solo le prime ci sarebbero state.
Le tende vanno messe a doppio strato: uno a protezione della privacy, diciamo, e uno che proprio impedisce ai raggi del sole di filtrare. Il primo è praticamente un velo, il secondo è un manto doppio, triplo, molto pesante. Praticamente spesso come un tappeto, volendo esagerare.
Non mi restava che scegliere i colori. Io volevo delle tende scure scure da far compagnia al nero di sedie, tavolo e cassetti, ma l'addetta me le ha sconsigliate perchè avrebbero spento la stanza. Allora prendo un colore neutro e un velo nuziale da piazzarci dietro.

Praticamente il risultato è questo: una doppia fila di cui quella più interna serve a isolare dalla luce solare.
E finalmente la mattina si dorme...

11 luglio 2010 - Casa mia, per piccina che tu sia...

... tutte le feste porti via. Ah, no, quella era l'Epifania.

Ricomincio a battagliare tra legni e attrezzi la domenica mattina. Prendono forma i cassetti, poi il letto degli ospiti. Alcune cose filano via lisce, altre mi fanno dannare l'anima. La vicinanza del MacDonald's è contemporaneamente utile e deleteria... Mi viene troppo comodo farci un salto per un break di pranzo.

Com'è venuto il mio letto?
Mah, lo definirei religioso... Nel senso che ci vuole MOLTA fede per dormirci! Scherzi a parte è tutto ok, ha purtroppo un angolo di secondaria importanza (non vi si poggia la rete) che non sta bene aderente ma poco male. I due cassetti si aprono e si chiudono senza problemi, la rete è sufficientemente comoda, poi ci sono sopra il materasso e il materassino... Non mi lamento.






Così il letto degli ospiti è chiuso, e diventa un divano o qualcosa che ambisce a definirsi tale. I due letti hanno lo stesso design e gli stessi colori, stanno abbastanza bene insieme.










Erano già le 16 passate che dovevo ancora montare tavolo, sedie e tavolino. Mi ero ripromesso di fare un salto a prendere un po' delle altre cose che mancavano (le tende!!!) ma dubitavo di riuscirci.
Il tavolo mi ruba un sacco di tempo: è di quelli estendibili, figuratevi che machiavellici dispositivi aveva sottostante. Ora, che me ne faccio io di un tavolo estendibile in uno spazio angusto e con due sole sedie è una bella domanda, purtroppo non so darvi risposta. Mi piaceva, punto.
Un po' di pazienza ed anche le sedie arrivano. Il tavolinetto in confronto è una speedy pizza versus una teglia di lasagne.
Ho finito. Finito... Magari! C'è da pulire tutto, far la raccolta differenziata a portare al B1 (primo piano sotterraneo) dove si accumulano i rifiuti (ci pensa poi il custode a sbarazzarsene periodicamente; in Giappone non esistono i cassonetti).
Fatti una doccia ed è di nuovo tardi per qualsiasi altra cosa avessi in mente. Ma cercando sul web scopro che il Lumine, grande magazzino, è aperto FORSE fino alle 10. A piedi sono a Shinjuku in 15 minuti di buon passo, ce la potrei fare. Ma sì, facciamola.
Allora, io credo che sotto la stazione di Shinjuku e dintorni esista un meccanismo che la fa girare su se stessa facendom perdere l'orientamento. Se c'è scritto "uscita Ovest" e la imbocco mi aspetto di trovarmi a Shinjuku Ovest. E invece mi perdo regolarmente. Ricorro a tutti i miei punti cardinali - quel palazzo, quel negozio - e traccio una mappa nel cervelletto ma alla fine è tutto vano. Seguo le indicazioni ma nulla da fare. Per me hanno spostato di nuovo il Lumine. A parte che scopro che di Lumine ce ne sono TRE, non ne becco manco mezzo. E giro per un sacco. Alle 10 è ora di abortire la missione e tornarsene mesti a casa, senza nulla in mano.