domenica 8 agosto 2010

31 luglio 2010 - Nuovi arrivi in famiglia

Sabato mattina.
Mi sveglio con molta, moltissima calma. So già cosa farò oggi, c'è qualcosa che mi aspetta; e una signorina, e non sta bene fare aspettare le signorine.

Colazione, doccia e sono da Biccamera. Indeciso su quale sarà la "signorina" che avrà l'onore di accompagnarmi nei giorni a venire.
Sto parlando di macchine fotografiche compatte. Ho fatto il bravo, ho tirato la cinghia in questi ultimi giorni, domani sarebbe giorno di paga perciò mi tolgo lo sfizio, dato che la mia macchina attuale è vecchia di 5 anni e la fotografia è una delle mie passioni.
Che faccio? Che scelgo?
Da tutte le parti le macchine sembrano guardarmi con il loro occhio singolo. Le più attraenti sono irresistibili per me... Ci sono dei modelli interessantissimi, le micro 4/3, le nuove Panasonic e Olympus... Tutte bellissime, comprese le mie adorate Canon S90 e G11 che erano la mia prima scelta. Giro e rigiro tra gli scaffali, le provo tutte. Una più bella dell'altra, ognuna con qualche funzione che le altre non hanno.
La mia indecisione viene bene interpretata da un commesso che mi si avvicina e non mi molla più. Ma non sono uno sprovveduto, capisce che ha poco da intortarmi e si limita a seguirmi e a dire "sì". Cliente difficile. Ma neanche tanto, dato che più o meno sa cosa vuole ed è ben propenso ad aprire il portafogli.
Non voglio comprare ora una macchina fotografica "seria", con lenti intercambiabili, mi basta una compatta per ora. E la voglio divertente, voglio potermici sbizzarrire.
Allora faccio una scelta d'impulso, irrazionale per uno che esalta tanto le doti Canon: vada per la Ricoh CX3.
Perchè?
Perchè tempo addietro avevo fatto comprare a mia sorella la CX1 e mi ci ero divertito tantissimo; seppur piena di limiti e non all'altezza delle sue concorrenti per molti versi mi ero trovato bene. Vada perciò per quella, con memory card, custodia, pellicola protettiva per display e mini-cavalletto da 10-20 cm giusto per le esposizioni notturne.

E il pomeriggio che volete che abbia fatto con questo nuovo giocattolino in mano? Ovvio, via subito a provarla! Abito in un quartiere molto stimolante per ogni fotografo, i soggetti non mancano certo.
Per prima cosa il classico scatto da casa mia: undicesimo piano, vista sul Tochou (quella doppia torre che si vede in foto, sede del governo di Tokyo) ed altri palazzi di oltre 200 metri, direi che il soggetto ben si presta ad inaugurare la macchina.




Non è una giornata bellissima ma è sufficiente per fare due passi in cerca di qualcosa da fotografare.
Mi addentro perciò nello Shinjuku Central Park.
Sfrutto il luogo dove sono per darvi la chance di sentire cosa vuol dire per le orecchie l'estate giapponese... Per i video ripassare un'altra volta, in questo blog ho troppi limiti. Comunque, chi ha Facebook dovrebbe già aver sentito di che parlo.

Dal parco non si può non levare il naso verso il cielo per vedere il Tochou torreggiante. E' imponente, maestoso, monumentale. Più ti avvicini e più ti senti microscopico e insignificante.

E lì sotto realizzo: "Giusto! E se salissi là in cima a far le foto?"
No, non sono diventato Spiderman, molto semplicemente sapevo che l'interno fosse visitabile, anche se non ho mai avuto l'occasione di andarci.
Bene, deciso.
Ci metto un po' a trovare l'ingresso, poi ascensore diretto al quarantacinquesimo piano della torre nord.
Avendo lavorato tanto a duecento metri d'altezza dovrei poter dire di essere abituato a certe vedute. Beh, non è così, credo non ci si abitui mai veramente.
Peccato per il tempo non ottimo, ma lo spettacolo è mozzafiato.
Una distesa di cemento e vite umane a perdita d'occhio, fino all'orizzonte e anche di più.
Ecco cosa è una megalopoli.
Numeri così grandi che l'occhio nemmeno vede e la mente nemmeno concepisce.
A ogni quante finestre che vedo corrisponderà una persona? Quante relazioni si intrecciano per le vie che vedo?

E poi palazzi grandi e ancora case piccine... E uomini che si affannano sotto o dentro agli edifici.








Faccio mente locale. Di là c'è casa mia. Ah, guarda, si vede! Là invece è la Mori Tower dove c'è l'avvocato... Di lì la Tokyo Tower, qui sotto il parco di Yoyogi...





Non dimentico comunque di esser qui per sperimentare la CX3 e prendo confidenza con le nuove funzioni. Una su tutte, la modalità "diorama"...
Consiste in un artificio che permette di far apparire una foto reale come se si trattasse di una miniatura, un plastico. L'esempio a destra mostra casa mia; praticamente se stamattina da là scattavo verso il Tochou, ora è l'inverso. Ah, casa mia è il palazzo a destra di quello con la scritta blu.



Faccio il giro di entrambe le torri, il che significa scendere di nuovo al piano terra e risalire al quarantacinquesimo piano della torre sud.

La Ricoh si dimostra un'ottima partner, mi consente tutta una serie di scatti "artistici" (non esageriamo con i complimenti) di vado personalmente fiero. Quelle piccole soddisfazioni tipo prendere un buon voto in un compito in classe.


(ricordatevi di cliccare sulle foto per ingrandirle)

Son tornato a casa verso l'ora di cena con la batteria ormai morta ed oltre 200 scatti. Le tre ore che ci sono volute per la ricarica, e poter quindi gustarmi le foto, sono state estenuanti!

La sera credo di averla trascorsa tranquillamente a casa, a giocare con Lightroom e a ritoccare le foto... In fondo sono uno che si diverte con poco.

sabato 31 luglio 2010

30 luglio 2010 - Legge di Murphy

Se qualcosa può andar male, lo farà.
Ok, ora è esattamente un mese che sono qui. Se nel frattempo qualcuno si fosse divertito con una bambolina voodoo va bene, ci siamo divertiti tutti ma adesso, davvero, basta! Quel qualcuno faccia outing, facciam quattro risate in compagnia e finita lì. Perchè non è davvero possibile continuare così!

Mi sveglio e piove. Giustamente, visto che devo camminare un bel po'. Ma visto che se non piove c'è un sole insopportabile, non incolpiamo il tempo: in ogni caso sarà una giornata schifosa! Ahahah!
Vado come detto in comune a Shibuya; provvidenzialmente, ricordando vagamente la mappa, scendo a Harajuku, risparmiandomi un sacco di strada a piedi sotto la pioggia.
Il municipio tipico giapponese è l'esatto opposto di uno italiano: qui la fila è al contrario, la fanno i dipendenti per servirvi. Ci sono più impiegati che visitatori...
Prima provo a districarmi da solo leggendo le indicazioni dei sei piani, ognuno con una decina di sportelli. No, ok, mossa poco furba, chiediamo alla reception.
Per iniziare come antipasto devo sapere le quote annuali del National Health Insurance, le percentuali cui moltiplicare la mia Resident Income Tax. Ma vedo che cercare di spiegare in Giapponese è tempo perso, non mi vengono le parole, faccio chiamare l'interprete (servizio d'obbligo in un municipio di Tokyo). Così ce la sbrighiamo in poco. Ottengo alcune nozioni che mi servivano, prendo un libretto con la spiegazione un po' più approfondita e vado. Questa è fatta.
Volevo anche chiedere per l'alien registration card (gaijin card) nonostante non abbia ancora il visto... Ma sapevo già che sarebbe stato tempo perso. E' il primo paragrafo della prima pagina della guida agli stranieri: solo per chi si ferma più di 90 giorni. E il mio temporary visa afferma il contrario.
Allora dato che ci sono ripiego sullo sportello pensioni. Non sto lì a chiamare l'interprete, ho due cose da chiedere. Niente accordo bilaterale, posso solo avere un rimborso parziale dei contributi versati. La cifra mensile è quella sull'opuscolo che mi dà. Conferme di quanto sapevo e temevo.

Bene, ho fatto tutto sommato in fretta. Torno a Shinjuku che il negozio Docomo dove dovevo andare manco era ancora aperto (in Giappone gli esercizi cominciano tardi, tutti); ne approfitto per comprare al Tokyu Hands 1'000 yen di feltrini adesivi, giusto per tavolo e sedie.
Fuori tra i palazzi di Shinjuku la pioggia danza spinta dal vento forte, l'ombrello serve a poco quando vieni assalito da gocce da tutte le direzioni.
Aspetto pazientemente l'apertura. Dal secondo piano dell'edificio scendono le addette, tutte vestite uguali secondo la mise imposta dalla compagnia. C'è anche quella che mi aveva detto di tornare oggi, mi riconosce. Blackberry, eh? Prego, salga con questo numero al secondo piano.
Allo sportello c'è un ragazzo. Solite moine e inutili formalismi del caso, parlando in keigo (il Giapponese più educato, come dare del "voi") ci mette 150 anni per dire ogni frase. Va a prendere il Blackberry, lo dà in mano a me per accertarmi delle perfette condizioni. Gli dò i documenti della ditta. Tutto ok. Chiede i miei. Passaporto. Non va bene. Ci vuole ancora una volta l'alien registration card. Niente card, niente telefono. Me ne vado che si sta ancora scusando, me ne vado prima che la rabbia e la latitanza forzata dalla boxe mi spingano a fare un insano gesto.

Ah, ma oggi no, eh... Oggi non ho intenzione di farmi buttar giù. Oggi basta davvero. Sono di umore nero ma oggi resisto, in qualche maniera.

Arrivo in ufficio prima di pranzo. Giusto il tempo per comunicare i numeri al commercialista via mail e lo stagista mi chiama per andare a mangiare.
Tramezzino da Aux bacchanales lì ad Ark Hills, il pomeriggio ho parecchio da fare.
Devo rispondere ad e-mails, imbastirne altre, lavorare ad un file con tutti i costi dell'assicurazione nazionale, andare a fondo con il discorso pensione, proseguire con la trattativa per l'ufficio.
E riesco a far tutto entro le 18.
Scopro sul sito dell'INPS che c'è il modo di far valere gli anni retribuiti in Paesi non convenzionati versando un indennizzo. Vorrei garanzie dall'ambasciata ma sono aperti solo la mattina... Comunque la strada sembra tracciata, per ora aderirò al piano previdenziale nipponico. Sarà la scelta giusta? Lo saprò tra 25 anni.

Mi viene in mente una possibilità. Lasciamo perdere la Docomo, forse con la Softbank potrei aver miglior sorte... D'altronde sono più gaijin-friendly, magari riesco a rimediare qualcosa sfruttando la loro elasticità mentale. Non avrò un Blackberry, pazienza, avrò qualcos'altro. Un iPhone? Perchè no, io avevo scartato l'idea perchè ci sarebbe voluto troppo tempo, ma se questo tempo è inferiore a quello che ci vuole a me per avere la gaijin card, allora tanto vale...
Mi dirigo subito a Shibuya appena lascio l'ufficio.
Purtroppo la mia "amica", l'addetta Softbank che mi servì anni or sono con i miei vecchi cellulari e che si ricorda di me, era impegnata. Parlo con un addetto di colore, in inglese si fa prima. Voglio uno smarphone aziendale. Sì, abbiamo questi modelli, può scegliere... Per un iPhone quanto mi fate aspettare? Eh, 3-4 mesi... Tienitelo. Anche quello bianco? Quello mi sa l'anno prossimo... Il 3GS? Non lo vendiamo più. E che smartphone hai allora? Questi su questo catalogo. Mmmh... Windows Mobile 6.5... Che schifo! Ce l'hanno exchange per sincronizzare? Hanno Excel. Sì, vabbè, questo non sa niente. Senti, l'HTC Desire? Eh, quello tra 3-4 mesi... Ma hai qualcosa? Sì, questo. Ah, però aspetta. Gli iPhone li ho in 3-4 settimane. Ah, non MESI! Settimane. Entro un mese ce l'ho? Sì, sì. Bene, affare fatto. Ho qui i documenti della ditta e il mio passaporto. Sì, vai su al secondo piano...
Aspetto con calma il mio numero.
Sportello con ragazza giapponese. Avevo chiesto parlasse inglese. Le va bene lo stesso? Sì, basta che facciamo in fretta, sono qui già da 50 minuti. Ok, documenti, solita trafila... 16 o 32 giga? Che domande...
"Alien registration card?"
Ho il passaporto...
"No, no, qui c'è scritto che ci vuole l'alien registration card. Spiacente. Passaporto solo Giapponese".
Ciao, stammi bene.

E così me ne torno a casa. Niente cellulare aziendale, non c'è verso.

Apro la cassetta delle lettere e mi strappa un sorriso. E' la bolletta dell'acqua. E' indirizzata a "Daniere". Il questionario del gas di qualche giorno fa invece il nome l'aveva azzeccato. Mi era cascato sul cognome, insipiegabilmente iniziante per "D".
Beh, sempre meglio di quando mi chiamano "Daniera".

Ceno e mi metto al PC. E' venerdì pomeriggio del 30 luglio in Italia, so che molti andranno in ferie perciò resto in attesa di novità dell'ultim'ora.
E qualcosa in effetti c'è, riguarda altri screzi tra la Camera e l'avvocato, conseguenti possibili ritardi nel mio contratto. No, non oggi... Prendo la cosa di petto, lunedì mattina voglio chiudere questa storia, mettere d'accordo tutti. Avvocato M. (il jappo) permettendo.

giovedì 29 luglio 2010

29 luglio 2010 - Prospettive

Mi sveglio che fuori picchietta al vetro una pioggerellina soffice tipo nevischio.
Fa fresco. C'è più afa.
Ombrello sotto braccio e via.
Piove solo quando io sono in giro. Mentre sono al chiuso no. Addirittura mentre torno dalla pausa pranzo arrivano degli scrosci da tifone.

Nel verificare tutto l'andamento di business plan e procedure varie da consegnare per il mio visto, noto una cosa che mi spinge a chiedere chiarimenti a S., il commercialista.
Mi risponde dopo poco, fraintendimento risolto. Ma si apre una voragine per me.

Ognuno è libero di pensare quel che vuole di chi scappa dall'Italia. Interessi personali, denaro, ogni caso a sé stante direi. Ma se si pensa che questo voglia dire cercare la via più comoda, beh, si è ben lontani dal vero.
Finora avevo sempre creduto che l'assicurazione sanitaria e i contributi previdenziali fossero un onere aziendale, di questo avevo chiesto a S.; il quale però mi fa giustamente presente che non è il caso di versare tutta quella cifra per un solo dipendente, tanto meglio arrangiarsi in forma privata: non come lavoratore ma come cittadino.
Per quanto riguarda l'assicurazione ok, può andare: l'indomani mi informerò presso il comune di Shibuya, dove risiedo, a quanto ammonta l'importo. Funziona un po' come in America ma dopo la riforma Obama, ovvero c'è una minima assicurazione statale alternativa alle private. Questa consente di vedersi rimborsati il 70% dei costi ospedalieri mentre i rimanenti rimangono sempre al soggetto. Come tutte le assicurazioni ha un sacco di postille: visite, odontoiatria, tantissime cose non sono coperte. E se poi si dovesse far danno a terzi, beh... Tocca lavorare una vita solo per rimborsare costui.
Fin qui è un costo ma può anche andare, si può anche pensare di renderla una spesa aziendale, perchè no.

Sulla previdenza sociale invece non ci dormirò. A detta di S., non c'è accordo bilaterale Italia - Giappone per la conversione dei contributi; il che significa che o rimango qui almeno 25 anni a pagare tot yen al mese per avere una pensioncina minima, e in Giappone sono davvero minime, o se tornassi in Italia sarebbe come nulla fosse successo, non vedrei il minimo reddito.

E' facile quando si è dipendenti non avere di questi pensieri, non doversene preoccupare: si da tutto per scontato, per acquisito. Si smette di lavorare, TFR e gli anni versati all'INPS tornano indietro. Beh, almeno finchè il gioco regge, ma questo è un altro discorso... Consiglio comunque a chi non è prossimo all'età pensionistica di farsi due conti.
Io mi trovo ad affrontare quotidianamente decisioni troppo importanti per me, non è facile scegliere la cosa migliore. Non ho un consulente che mi dica cosa fare. Devo pensare a fermarmi qui 25 anni? Devo sottoscrivere un fondo privato in Italia? E quanto mi costa?
Mi sono imbarcato in un'avventura di dimensioni bibliche, troppo più grande di me perchè la possa gestire. O meglio: come faccio a gestire tutto questo assieme? Faccio il meglio che posso ma non è mai abbastanza, ci vuole tempo e io tempo non ne ho. Come decretare ora, su due piedi, quanto tempo lavorerò e quanto vivrò dopo la pensione? Già perchè se aderirò ad un fondo privato devo stabilirne anche il valore in base a ciò. Considerando il fatto che in un mese ho già speso tra 1/5 e 1/6 di quel che sarà il mio stipendio annuo.
Avevo fatto i calcoli così bene dall'Italia... Qui ci avevo già vissuto, sapevo quanto denaro avrei dovuto impiegarci per vivere, dov'è che tutto questo mi è sfuggito di mano e mi ritrovo dopo il primo mese a rivedere tutti i conti? In camera c'è un letto, un tavolo. Ho un frigo e una lavatrice. Una casa pagata per due mesi. Non ho cambiato questo povero computer vecchio di 5 anni. Non ho cambiato la macchina fotografica vecchia di 5 anni (ma lo farò presto). E quasi il 20% di un anno di lavoro non c'è già più, sono già in debito.

Eppure ne conosco di gente che si trova sempre la strada spianata... Anzi, di solito avviene così. Gli Italiani che c'erano ieri all'aperitivo manco sanno di queste cose, c'è sempre qualcuno che se ne occupa per loro. Non so, sarà che io non ho seguito l'iter ortodosso (laurea, master, tirocinio, assunzione) ma ho fatto a modo mio che ora mi trovo tutti i nodi da districare. Il problema è che sono tutti qui, tutti insieme, tutti adesso.
E se vincerò, quale sarà il premio? E se perderò, quale l'onere?

Cerco di non pensarci più. Altrimenti è non vivere.
Domattina vado in comune a Shibuya a chiedere l'entità del N.H.I. (national health insurance). Poi andrò a comprare il cellulare aziendale, in uscita proprio domani. Riuscirò ad ottenerlo? Me lo negheranno? Rimanderanno l'uscita? Ogni possibilità è valida, non scarto alcuna ipotesi.
Poi però devo per forza fornire il dato riguardo la mia pensione, o il conto economico del business plan non si può chiudere. E ritornano i miei pensieri.

28 luglio 2010 - Happy hour

Oppresso dai mille pensieri di martedì vado al lavoro come sempre mercoledì, intenzionato a sbrigare il più velocemente possibile le gatte da pelare che attanagliano la mia permanenza.
E di fatto qualcosa si sblocca. Arriva una bozza di contratto dalla Camera, comincio a discuterne con l'avvocato, ma ci son cose che non vanno... Insomma, un pomeriggio a mediare. Ci sono vecchie ruggini in corso tra l'avvocato italiano e la dirigenza della Camera e io sono esattamente in mezzo al loro contendere. Una posizione che non auguro a nessuno.
Ci sono però anche le buone notizie: la mattina vengo invitato all'aperitivo della Camera, un mini-party molto più casual della cena cui avevo già partecipato. Piccolo particolare: l'aperitivo è alle 19, io dalle 18:30 avevo lezione di giapponese. Prometto perciò di partecipare ma con qualche piccola riserva, non sapendo se sarei potuto arrivare in tempo.

Alle 18 scatto e scappo a Shibuya. Mi aspetta una nuova insegnante, diversa dalla precedente, nell'aula 1303. Arrivo che spacco il minuto.
E' decisamente più giovane del millenium falcon di prima. Il che non è necessariamente un bene.
Dobbiamo leggere la seconda parte della presentazione della mia ditta; cosa che potrei fare benissimo a casa, non so perchè io stia pagando tutto ciò. Mah, spero di essere in mano a gente competente...
La mia insegnante ha una copia della presentazione con sé. E un foglio dove si è preparata tutte le parole che non conosce e che deve chiedermi. LEI a ME. E io pago...
Se il buongiorno si vede dal mattino, siamo in piena notte.
Butto letteralmente via un'ora e mezza, se consideriamo il tempo che c'è voluto a me a far capire a lei cosa fosse una filettatura (neanche leggerlo sul dizionario è servito, e nemmeno il mio disegno bellissimo) e il tempo perso da lei che non sapeva cosa farmi fare. Però ho ottenuto che dalla prossima volta si faccia un po' di role play, simulo almeno una telefonata e vediamo se mi può essere utile. Finora non lo è stata.
Per inciso, non è che l'insegnante sia stupida. E' che in Giappone lo scoglio della lingua causa anche questi imprevisti: o sai l'ideogramma o non lo sai, non è che ci arrivi dal contesto. E siccome per il mio lavoro è prevista tutta una terminologia settoriale, o la conosci o non la capisci. Mi auguro miglior sorte quando contatterò i clienti. La precedente insegnante, essendo più anziana, probabilmente conosceva più ideogrammi, magari anche più desueti; i ragazzi giovani non sanno leggere nemmeno "ottone" in giapponese. Il che mi fa trasalire se penso alle impiegate al front office con cui avrò a che fare.

La sera corro all'aperitivo, arrivo a 8 e 40 circa. C'è già una calca di gente fuori dalla piadineria che mi fa capire che anche stasera non si mangia! Pago la mia quota di 1'000 yen e incredibilmente trovo ancora qualcosa sul buffet: mangio tre cucchiai di risotto e due sarciccie. Poi mettono fuori anche della frutta e del tiramisù ma non sfido così tanto la fortuna.
Mi bevo una birra per 500 yen.
Questa volta gli italiani sono tantissimi. Sarà perchè si paga poco e si mangia a sbafo?
Ritrovo anche nomi "importanti" della community italiana a Tokyo, gente che fa qualche comparsata in televisione. E poi chef e quant'altro.
Ma a me piace fare amicizia con i giapponesi e tramite un amico della Camera conosco B. (soprannome), un giapponese che ha vissuto a Firenze. E' un grande, davvero, molto simpatico; mi presenta un sacco di gente e mi invita a un mega-party sulla spiaggia di Kamakura, co-organizzato da lui, per ferragosto.
Bevo con lui anche un bicchiere di vino: è l'ultimo chiodo sulla bara. Resisto una mezz'oretta e poi corro ad imbustarmi sotto le coperte per il gran sonno!

martedì 27 luglio 2010

27 luglio 2010 - Stress

Tutti abbiamo giornate no sul lavoro. Anzi, mediamente sono più le "giornate no" delle "giornate sì", direi. Però...
Però torni a casa e hai il gatto o il cane da coccolare, hai una moglie o un marito o un partner, o hai dei figli, o semplicemente accendi la TV che ti tiene compagnia.
Io non ho questi antistress. Quando ho una giornata no mi manca completamente il paracadute. Ci sono gli amici, ma sono lontani. Anche quelli che abitano qui... Sono dall'altra parte della città sempre e comunque. Cosa fai, li chiami? Disturberesti.
Vivo in una città dove potrei non scoprire mai che faccia abbia il mio vicino di casa. Vivo in una città dove se improvvisamente restassi l'unico abitante non cambierebbe la mia quotidianità.
E allora resto solo con i miei pensier ad affrontare lo stress. Sperando che nel continuo girare della fortuna mi trovi in un punto da cui risalire.

Non ho colpe, ma sono responsabile. E' la mia posizione che mi omaggia di questa fortuna. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, giusto? Beh, se non ho ancora un ufficio a causa di liti altrui è anche normale che debba anche io fare il mea culpa se non ho gestito bene la situazione. Perchè sono qui da quasi un mese ma non sono operativo. E chi mi paga, giustamente, si domanderà: "Ma... allora?".
Stress.
Mi pare di essere dentro al gioco dell'oca o al monopoli, con le caselle "fermo un turno", oppure "imprevisti e probabilità". E finora di dadi fortunati non se ne sono visti.
Sono convinto che il duro lavoro alla fine paghi, ma se non sono messo in condizione di lavorare per cause di forza maggiore andrà tutto bene lo stesso?

Stamattina ho accontentato l'avvocato compilando il questionario che mi ha richiesto. Gli ho fatto sapere il mio stipendio che sapeva già eccetera. E poi mi ha scritto che vuole ancora altri documenti. Ma allora scherziamo? Mi prende in giro? Eccola qui la casella "fermo un turno", unita al contratto di affitto dell'ufficio che tarda ad arrivare.
In pausa pranzo vado in banca a consegnare i documenti che mi erano stati richiesti per ottenere la carta di credito aziendale. "A-ha, ok, ok... Ma lei ha la alien registration card?" Eh, non ancora... "Ah, e io come faccio a verificare il suo indirizzo?"
Capito, me ne vado via mesto senza sindacare.

Penso già al piatto di pasta che mi farò nel tornare a casa. Apro l'armadietto ma son finiti i piatti di carta.
Esco a mangiare, vado dal cinese a farmi un chaahan. Tutto pieno, non c'è posto. Ripiego altrove.

Quando si dice che la frutta costa cara in Giappone non si ha mai una vera idea di quanto costi cara. Ecco un esempio:


Una mela 198 yen al convini. Quindi in un supermercato la pagherei qualcosa di meno... Ma è una mela, avessi scelto un'anguria quadrata potevate rimanerci. 198 yen sono un euro e settantatré, ad oggi.
Sì, è una fuji. I colori biancastri sono dovuti al fatto che era in frigo. Perchè non preoccupatevi: è lucida e splendente e senza un graffio. Come la mela di Biancaneve. Come il Giappone.

lunedì 26 luglio 2010

26 luglio 2010 - Il caldo dà alla testa...

Ho di nuovo dormito malissimo. Ore ed ore a rigirarmi per prendere sonno, condizionatore acceso o meno. Non c'è da meravigliarsi, quindi, se stamattina quando è suonato il cellulare-sveglia mi sono riaddormentato; solo per grazia ricevuta mi sono risvegliato successivamente da solo, rischiavo un dritto d'altri tempi. Il che mi pone il dubbio che mi porto dietro da sempre: passi l'insonnia, ma se mi succede qualcosa mentre dormo io come lo comunico all'umanità, solo soletto come mi ritrovo? Insomma, se lavorassi o studiassi ad una certa ora qualcuno si domanderebbe dove è finito quello là, invece qui farò la fine dei vecchi pensionati che trovano dopo giorni e giorni di decomposizione solo per l'odore...
Stamattina doveva essere giornata dedicata allo shopping, secondo le mie intenzioni. Non shopping per me, nessun acquisto per la mia persona, tutte cose per l'azienda. Computer, multifunzione, cellulare. Non so ancora se avrò un ufficio ma so cosa metterci dentro.
Ovviamente, l'avrete capito anche voi, le cose possono andare come mi immaginavo? Certo che no. Dall'Italia pensavo alla massima operatività on the road, la comodità di un Macbook unito ad un iPhone cui sincronizzare il lavoro. La realtà è che mi dovrò prendere un Vaio iper-prezzato rispetto al valore di mercato, spendendo un sacco di soldi solo per avere Access che sul Mac non c'è. Il telefono... Ne parliamo dopo.

Vado a ritirare la cash card in banca. Eliminata la dipendenza da timbro e libretto? No. Ora quando passo dal bancomat devo avere sia cash card che libretto. Avanti, questi giapponesi...
Prendo però con me i documenti da compilare per la carta di credito: chissà mai che me la diano, in un momento in cui si dimenticano che son gaijin, qualche grattacapo in meno me lo garantirebbe.
Riparto in treno e torno a Shinjuku, dove avevo fatto fare il preventivo per il PC. Il Sony Vaio, l'unico personalizzabile che posso avere in ere non geologiche (per il Dell si parlava di settimane d'attesa). Grazie alla solita solerzia ed eccessivo zelo dell'incaricato che ci tiene a leggermi puntualmente tutte le clausole d'assicurazione, a farmi presente che i dati della batteria sono quel che sono e via discorrendo, ci vogliono un paio d'ore.
Dovrei ricevere il pacco in ufficio entro il 4 agosto. E questa è fatta.
Tocca alla stampante. Deve avere fax, stampante e scanner; preferisco non a colori e non a getto d'inchiostro per un congruo risparmio su pagina stampata. Chiacchiero un po' con il commesso e alla fine scelgo una Canon (il cuore mi guida sempre lì). Mochikaeri, gli dico, "prendo e porto a casa". Resta un attimo spiazzato. Fuori ci sono circa 33 gradi e un'umidità del 60%. La stampante confezionata peserà più di 15 chili ed ha una scatola cubica di circa 60 cm di lato.
Che mi passa per la testa? Non mi andava di buttare soldi e tempo per la consegna a domicilio. Ho pensato che pian piano potevo farcela, con calma...
Il commesso esegue, impacchetta la scatola con dei tiranti tipo pacco postale che terminano in una maniglia. Peccato che il tutto è troppo voluminoso per essere trasportato agevolmente, peccato che ho anche perennemente la borsa del PC con me, e già quella pesa 10 chili...
Ok, sono un idiota.
Vado alla Docomo dentro Biccamera per chiedere del Blackberry: fatto 30, prendiamo anche il telefono e non ci pensiamo più. Niente, non ce l'hanno, mi rimbalza verso i negozi specializzati.
Non ci vado assolutamente con il malloppone in groppa, sarà per dopo lavoro, quando torno. Tanto ormai gli orari non esistono più, si lavora quando c'è da lavorare senza tanti complimenti.

Piano piano scendo le scale, senza usare ascensore o scale mobili per non intralciare con il catafalco, e arrivo all'ingresso. Un'ultima folata di aria condizionata prima che le porte automatico si aprano pare dirmi: "E' stato bello conoscerti". La gente mi guarda pensando: "Non uscirà con quel macigno in mano...".
Un passo. Il caldo mi opprime subito. E' soffocante. Su, pianino pianino...
E vado davvero piano. Il volume mi intralcia il cammino, non ho bilanciamento con la borsa e ogni centinaio di metri devo prendere fiato o cambiar posizione.
Guadagno a fatica la stazione. Qui le cose si complicano perchè devo fare slalom tra la gente, appena mi fermo sono in mezzo ai piedi, sulle scale mobili blocco la fila e non ci passo nemmeno dalla biglietteria... Insomma, sudo copiosamente, la camicia è un tutt'uno con la pelle e sono felicissimo di aver comprato Fahrenheit il sabato prima. E ringrazio anche la mia ottima capacità organizzativa: temendo il peggio avevo già scelto di indossare la camicia griffata Wolverine, quella che avevo stirato maluccio.
Devo anche cambiare linea di metro per arrivare in ufficio, una tortura. Il supplizio di Tantalo. Ah, ma me la sono cercata, eh... Tu guarda se uno per far risparmiare due soldi alla ditta deve ridursi così... Scemo io.
Esco dai cancelli della metro di Tameike Sanno. Ho ancora parecchia strada da fare e sono molto stanco, ora le fermate si fanno più frequenti. E non dimentichiamoci... La salita dei sakura!!! No, non me la dimentico, e anche se cercassi di rimuoverla ritrovo due miei coinquilini della Camera che pensano bene di prefigurarmi quel che mi attende. Giro l'angolo, prendo l'ascensore e piglio il taxi. Tié. 710 yen ma sono ancora vivo per raccontarlo!

La stampante se ne sta lì in ufficio, per ora. Non so manco dove attaccarla perchè la linea telefonica l'avrò non dove sono ora, di sicuro. E io non sono normalmente di là nell'open space, non posso fino alla firma del contratto... Perciò la scatola è ancora lì, intonsa. E poi non ha senso che installi i driver in questo mio povero vecchio PC, aspettiamo addirittura il Vaio fiammante (lo odio già perchè non è il Mac che bramavo).

Sono quasi le 2 di pomeriggio e devo ancora mangiare. Faccio un salto al Subway allora e mi prendo il solito panino al tonno. 10 minuti e sono di ritorno. Anzi, di ri-tonno.

Mi fanno male le spalle per tutto il tempo. Si vede che è un po' che non metto più piede in palestra... E poi ormai la spalla destra ha il tatuaggio della borsa del notebook:

(non so se si vede nella foto)

Esco dall'ufficio alle 6 e mi dirigo a qualche negozio Docomo di Shinjuku. Uno qualsiasi.
Mentre ne cerco uno ne trovo un altro. Sempre per la questione che per me la stazione di Shinjuku la girano su sé stessa...
So già tutto quel che ci vuole per il Blackberry, grazie alla morosa di K. che lavora per la stessa compagnia. Quindi sono attrezzato, stavolta non mi fregano.
Datemi un Blackberry, sono un'azienda! Ho tutto quel che vi serve per provarlo!
"Deve aspettare qualche giorno, tra poco esce quello nuovo..." E voi datemi quello vecchio! "Eh, no, quello vecchio non lo possiamo più vendere..." Argh! Aiuto! E quando esce quello nuovo? "Mi faccia controllare... Il 30 luglio."
Ok, PRIMA faccio controllare che i documenti in mio possesso siano soddisfacenti e poi prometto di tornare il 30. Ma non è un appuntamento, è una minaccia.

Mi viene male a pensare di mettermi ai fornelli. Sono stanchissimo. Non voglio nemmeno prender la metro per due fermate, mi scoccia buttar via 200 miseri yen. Faccio due passi verso casa e mi fermo al Mac.
Mentre mangio un chikin firee setto (menù chicken filet) comincia pure a piovere. Secondo voi ho l'ombrello? Figuriamoci. La prendo tutta fino a casa, poche centinaia di metri.

Nel rincasare c'è una tipa davanti a me. La riconosco perchè mi ha già fatto una parte assurda un paio di giorni fa. E stasera dà il bis.
E' un paio di metri avanti. Nel girare verso l'ingresso vede nel riflesso della porta automatica (che da fuori si aziona solo con la chiave) che ci sono io dietro. E allora con una nonchalance davvero malcelata fa finta di spostarsi sulla destra a cercare le chiavi. E cerca e cerca e cerca finchè non apro e passo io. Non contenta non è che mi raggiunge. La vedo nel riflesso della porta che è nascosta dove ci sono le cassette della posta, sta lì e aspetta che io vada via.
E sono due volte che lo fa!
Questa è la gente con cui abito. Se non saluto, non verrò mai salutato. E fossi anche un condomino esemplare, sarò sempre temuto come stupratore o serial killer o stalker o chissà cos'altro. Beh, problemi loro, io entro ed esco come mi pare, se hanno voglia di nascondersi dentro la cassetta delle lettere per evitarmi facciano pure.
Non è che i giapponesi siano così. Nella guesthouse, dove si creava un vero gruppo affiatato, le cose erano ben diverse. Nei paesi piccoli poi è come essere in Italia. Le grandi città sono così ovunque, non ne faccio nemmeno una questione di nazionalità: fossi nero a New York i bianchi si comporterebbero alla stessa stregua.

Seduto al PC vorrei solo rilassarmi, invece c'è ancora da risolvere la grana della connessione in remoto che è andata i primi giorni e ora non va più. Ma stasera riprende a funzionare. Sospiro di sollievo.
Apro la posta e scopro che mi hanno spostato la lezione di giapponese al mercoledì sera. Vabbè, farò le corse dopo lavoro.
E poi chi è che non mi scriveva da almeno qualche giorno? L'avvocato giapponese, chiaro, no! Mi ha scritto alle 18:35. Quando lo vedrò la prossima volta gli regalerò un Big Jim, o i Masters, o le Lego, così se proprio non sa cosa fare e si annoia trova un modo migliore per ammazzare il tempo. Vuole che, improssivamente diventato importantissimo per il visto, gli faccia sapere l'ammontare del mio stipendio; valore che lui dovrebbe sapere benissimo, dato che è scritto sul contratto che ho siglato nel suo studio e di cui detiene una copia. In più devo compilare un questionario per foreign employee visa; io non chiederò quel tipo di visto ma lui dice di compilarlo lo stesso che torna sempre utile. Per intenderci, è il classico documento che viene preso in giro in televisione, dove ti chiedono se sei un terrorista o hai intenzione di diventarlo, se spacci, o ancora milioni di domande su moglie e figli che non ho, sulle esperienze di managing che non ho...
Non ho le forze mentali per rispondergli ora, sarà la prima cosa domattina, sperando di alzarmi con il piede giusto.

domenica 25 luglio 2010

25 luglio 2010 - Pizza time!

Come si mangia bene a Tokyo credo (suppongo) non si mangi bene da nessuna altra parte al mondo. Compresi i Paesi da cui le specialità vengono importate. Qui troverete i migliori chef, i migliori ristoranti; certo tutto ha un prezzo ed è salato come non mai.
La mia pizzeria edochiana preferita si chiama "Napule" ed è a Omotesando. Ci lavora anche una mia ex compagna di classe, M., come cameriera part time. Il pizzaiolo è un giapponese che ha vissuto a Napoli e lì ha imparato l'arte di fare la pizza; ha imparato così bene che nel 2007 e nel 2008 è stato campione del mondo tra i pizzaioli. E ora fa soldi a palate.
Che io sappia, qui e in altro posto di Roppongi ("1830") si può trovare la vera pizza Italiana, esattamente come la mangereste in Italia; anzi, visto i pizzaioli che girano recentemente forse anche meglio. Certo, non costa 5 o 10 euro ma minimo una ventina. In alternativa c'è la pizza giapponese, piatta e piccola, ma non la consiglio certo ai cultori della buona tavola.

Oggi mi ero ripromesso di incontrare per pranzo una mia vecchia amica di Singapore, L., e quale migliore occasione di tornare da Napule a gustarsi una pizza fatta come si deve?
L. è una ragazza simpaticissima, sono molto contento di aver trascorso del tempo con lei oggi. Ha appena trascorso un periodo per nulla facile della sua vita ma grazie alla chirurgia ha potuto debellare sul nascere un male solitamente inclemente con troppi. E' fantastico poi avere l'opportunità di parlare con gente di etnie tanto diverse, c'è sempre da imparare e da arricchirsi: molto di quel che siamo lo dobbiamo alla gente che abbiamo intorno. Scommetto che molte persone farebbero fatica a individuare Singapore al primo colpo sulla cartina; è del tutto normale, è così piccolo e lontano... E proprio per questo ci sarà là di sicuro qualcosa di diverso che attende solo di essere imparato; può essere una ricetta per il pollo con il riso come una nuova visione della vita, tutto è possibile quando non si guarda l'orizzonte con i paraocchi.
L. arriva molto tardi, per scusarsi mi regala un girasole (???) e una pianta che ho qui davanti sul tavolo proprio mentre scrivo. Bene, ora ho qualcuno di cui prendermi cura... Mi sa che non durerà molto se si aspetta che io le dia da bere. A meno che non impari a farmi un fischio quando ha sete, allora potremo andare d'amore e d'accordo nei lunghi anni a venire.
Dopo Napule facciamo due passi e ci fermiamo in un altro posto dove ero solito venire soventemente... Sì, diciamo che almeno due volte ci avrò messo piede! E' il Bulgari Café, rinomata cioccolateria dove un cioccolatino costa 1'500 yen. Ma se si tengono bene le distanze da quelle fregature i prezzi non sono così fuori di testa. Considerando che siamo a Omotesando, capitale dell'etno-chic.

Alle 5 circa devo scappare, un altro impegno impellente e inderogabile mi attende: vado a trovare M. sul suo luogo di lavoro, intanto che è in pausa. M. lavorava come cuoco nel ristorante dove son stato svezzato alla vita edochiana; è, tanto per cambiare, sposato con una giapponese da cui ha già avuto due pargoli, una femminuccia di quattro anni e mezzo e un maschietto di uno e mezzo. Dopo quell'esperienza comune aveva lavorato altrove ed ora ha trovato una buona sistemazione: è chef (ovvero capo, per chi non lo sapesse) presso un buon ristorante. L'essere chef è il traguardo di una vita per un cuoco, vuol dire basta correre e far correre un po' gli altri. Certo è una mansione di grande responsabilità e, visti i tempi moderni, si è sempre sul chi va là perchè ristoranti che ci sono un giorno l'indomani non si sa.
Dov'è ora è un gran bel posto, in più c'è una compagnia nipponica alle spalle a dare una certa sicurezza; fanno soprattutto matrimoni ed eventi simili, quindi la clientela non manca. E' al nono piano di un palazzo di Aoyama, con piscina e terrazza che domina su tutta Roppongi: si vedono anche la Mori Tower e la Tokyo Tower.
Faccio volentierissimo due chiacchiere con M., gli spiego di me e chiedo di lui. Non posso fermarmi troppo a lungo perchè deve ricominciare il servizio per cena, ma gli prometto di tornare presto in vesti di cliente.

Questa sostanzialmente è stata la mia giornata di public relations.
Domattina ho parecchi giri da fare, in primis recuperare la tanto agognata cash card, poi ottenuta quella potrò pensare a procurare PC, stampante, cellulare eccetera per l'azienda.