domenica 18 luglio 2010

17 luglio 2010 - Mangia come parli!

Nonostante dormissi da poco, alle 8 avevo già puntato la sveglia: oggi dovevano arrivare frigo e lavatrice.
Non mi sono alzato comunque, non ce la facevo assolutamente. Ma ero sul chi va là e lasciavo che ogni tot la sveglia suonasse per non riaddormentarmi profondamente.
Alle 9 e qualcosa mi arriva la telefonata da Biccamera che mi dice che la consegna avverrà tra le 10 e mezzogiorno. Bene, animo in pace e fino alle 10 dormo.
Poi mi alzo del tutto e mi sveglio con una doccia.

L'addetto arriva, fa tutto lui con premura e precisione tutte giapponesi. Non devo manco buttare via gli scatoloni. Mi collega la lavatrice in men che non si dica. Gli lascio 1'000 yen, bevici una volta!.
La lavatrice è inserita nel suo apposito vano richiudibile,
scompare del tutto.
E' una Hitachi con mille funzioni tutte rigorosamente in giapponese, manco a dirlo.
Ho comprato poi anche il detersivo liquido e l'ammorbidente. Però l'ammorbidente fa anche da detersivo e mi hanno detto di non usarli insieme. Mah!
Una lavatrice già l'ho fatta, sembra venuto tutto bene. Almeno non ho sbagliato programma!











Questo è il nuovo angolo cucina con il frigo al suo posto. Sì, è un frigo-nano ma per una persona va benissimo. La lavatrice è a sinistra, dentro gli antelli chiusi.















Tanto per cambiare mangio al Mac. Un menù Chicken Filet oggi, niente Teriyaki Burger, e insalata al posto delle patatine fritte.
Nel pomeriggio mi perdo via a chattare con la famiglia, arrivano le 4 passate e il sonno si fa sentire. Dormicchio senza lasciarmi andare o so già che rischio di non dormire la notte, dannato io!
Arriva l'ora di cena e devo procacciare il cibo in qualche modo. Ramen? Chahan? Vediamo cosa offre il mercato...
Comincio così a camminare in direzione Shinjuku. Arrivato all'altezza del parco, noto sulla sinistra un supermercato. Un supermercato? Via!!
Ritrovo tutte le cose che compravo gli anni scorsi. I sughi, la pasta, gli gnocchi... C'è tutto quel che mi ha consentito di vivere per più di un anno! La mia vecchia dieta può ricominciare.
Mi lascio un po' troppo andare, me ne rendo conto dopo e prima di andare alla cassa lascio giù un po' di cose.

Beh, questa è la spesa odierna. Due banane, gnocchi "Amato", un litro di succo d'arancia, sale, acqua, due "De Cecco" da 300 grammi (fusilli e mezze penne), due spaghetti Barilla da 300 grammi, 4 yogurt Activia Danone (presi per curiosità, qui lo yogurt è minuscolo! Ho scelto l'unico marchio conosciuto, anche se qui si chiamano "bio"), olio d'oliva SPERO Italiano, un sugo al mascarpone che c'è scritto arriva dall'Italia, sugo al basilico Barilla, tre scatolette di tonno, gorgonzola, burro di Hokkaido, un etto di petto di pollo e due barrette proteiche.
Totale?
5500 yen circa. Praticamente 50 euro. Provate per curiosità a scoprire quanto paghereste l'equivalente in Italia...







Se vi fa strano vedere la pasta italiana in Giappone, l'immagine sottostante è per voi. Davanti ti tenta, dietro ti spaventa. Che ci sarà mai scritto sul retro della confezione nipponica? Eheheh!


La cena di stasera è stata: spaghetti al sugo al basilico, una banana e uno yogurt. Piano piano iniziamo a ragionare. Piano piano. Se mi lasciassi andare avrei già svuotato la dispensa...

Mi sono venuti in mente i vecchi spot Barilla. Non devo guardarli troppo o mi commuovo veramente...



Poi stasera mi sono messo a portare in pari finalmente il blog. Avrò dimenticato tante e tante cose... Pazienza.
Domani devo vedere due amici giapponesi. Situazioni diverse, appuntamenti diversi, manco si conoscono tra loro. Alla faccia della mia gestione oculata delle risorse, avrei preferito spostare in avanti ma le richieste si facevano pressanti...

sabato 17 luglio 2010

16 luglio 2010 - Gala di gagà

E' stato un venerdì infinito!

La mattina mi alzo, mi rado e corro a scuola. Ho la prima lezione privata, voglio approfondire il mio giapponese per business.
L'insegnante però non sa nemmeno da dove iniziare. Non sa di che mi occupo, non sa come istruirmi a dovere. Allora si procede a tentativi, guardando un libro piuttosto che un altro. Aggiustiamo un po' la mira per la prossima lezione, venerdì prossimo.
Finiscono le due ore, devo correre a casa: il tecnico della NTT arriverà a collegarmi il modem in camera così che io abbia finalmente la mia linea privata.
Trascorro così la mia pausa pranzo guardando il signor Motomura che lavora, poi scappo in ufficio.

Devo tradurre la bozza di contratto del mio commercialista, faccio appello al dizionario perchè ci sono di quei kanji (ideogrammi) tra l'impossibile andante e l'assurdo ma non troppo.
Alle 7 ho la cena della Camera di Commercio; inizio con aperitivo e dopo mezz'ora buffet.
Alle 5 sto ancora scrivendo all'avvocato per esaudire le sue richieste. Alle 6 devo essere dall'agenzia immobiliare a firmare le carte per l'assicurazione sulla casa. Arrivo a 17:55 dall'agente che però non trova più il foglio; firmo a 18:15 un documento dove c'è scritto che se faccio stalking la compagnia assicuratrice mi rimborsa solo un tot. Ok, terrò presente.
Sono a casa a un quarto alle sette. Mi devo lavare e cambiare da cima a fondo. Esco di casa che le sette sono passate. Addio aperitivo.
Arrivo a Roppongi Hills alle 19:40 circa. Ok, ma dov'è in questa struttura monumentale l'angolo dove si terrà il tutto? Cerca cerca cerca cerca. Sono le 8 passate quando dico il mio nome all'ingresso.

E' tutto come mi aspettavo. Tranne la nazionalità della gente: Italiani in nettissima minoranza. Tutti firmati, donne in abiti lunghi e via dicendo. Dall'altra parte della barricata ne ho viste a iosa di feste così. E so anche come si consumerà il rituale: infatti il buffet è già vuoto. Mi sembrava di saperlo, penso mangiando l'unico arancino di riso che cortesemente mi hanno lasciato, praticamente l'unica cosa che mangerò in tutta sera. Per la modica cifra di 8'000 yen.
Li conosco, gli avvoltoi. Manco mi ci metto con loro. Volteggiano nei pressi del buffet come rapaci sulla preda, poi quando vedono il cameriere che si avvicina con un nuovo piatto giù in picchiata e in meno che non si dica spazzolano anche le briciole. Gente di una certa classe, si diceva.
Veramente io avevo preso anche qualcos'altro da mangiare. Qualche arancino in più. Ma mentre vago con il mio piatto uno sparuto nugolo di giapponesi mi invita: "appoggi pure qui il piatto, stia con noi , non sia timido". E comincia il walzer del meishi, ho già finito di mangiare. Il meishi è il business card, il biglietto da visita, e come tutti sanno è fondamentale in Giappone. Dice chi sei e come reperirti, ne va fatto tesoro. E io, ovviamente, non ne ho manco uno: non perchè non sapevo non servisse ma per il fatto che essendo ancora "provvisorio" non saprei manco cosa scriverci.
Così trovo gente che gestisce alberghi e mi promette sconti, ditte di Nagoya che fanno macchine per stampare sui tessuti. Del mio settore? Manco l'ombra. Ma niente proprio. E' desolante vedere che poi i giapponesi non capiscono nemmeno cosa sia l'ottone, neanche quando glielo spiego in giapponese, neppure di fronte ai kanji di shinchuu scritti sul cellulare. Niente. Provo in inglese. Brass. Bu-ra-su... - Ah, ho capito! Glass!!!
Mi cadono le braccia.
Presente l'alluminio? A-ru-mi-ni-a-mu? Ah, certo! Ecco, non c'entra niente, io vendo ottone.

Conosco gente qui e là, nessuno di una benchè minima "utilità". Sì, giusto magari la ragazza che importa cibo italiano, ma per soddisfare la mia pancia.
Mi presentano anche il direttore di Roberto Cavalli in Giappone. Un livornese simpatico, sprezzante dell'etichetta e dei costumi nipponici. Mi prende in simpatia avendo lavorato un tempo a Palazzolo. Beh, vogliamo quantificarla questa simpatia con qualche capo d'abbigliamento gratis? Continua poi a rivolgersi a me dicendomi: "dai, pota, dai"... A scanso di equivoci, quando sono fuori città tendo a perdere il mio accento, ma avendogli detto di dov'ero...

La serata prosegue così, piano piano la gente scema (nel senso di scemare!) e l'orchestra stacca.
E io ho il mio malloppo di inutili meishi nel taschino.

Bevo un bicchiere di vino con un ragazzo della Camera, faccio due chiacchiere con dei bocconiani che trascorreranno un mese a Tokyo per preparare un esame estivo. Il vecchio Campus Abroad. Ai miei tempi si faceva anche a Cuba. Praticamente un esame venduto (a caro prezzo), perfettamente inutile dal punto di vista formativo. Come mi disgustava l'ambiente bocconiano dei tempi, ora le nuove leve non me lo fanno apprezzare certo di più. Sebbene sto rischiando a carissimo prezzo di non avere un pezzo di carta in mano quando chiederò il visto (lo so per certo anche se nessuno me lo dice), ora più che mai non mi pento delle mie scelte.

Valuto sempre più l'idea di mollare gli ormeggi, salutare e tornare a dormire. Quando capita il classico che non ti aspetti: mi arriva lì un ex collega del ristorante! Esattamente C., che è stato mio manager. E' in compagnia di una giapponese che sta imparando l'Italiano di una romana, A., che lavora per l'ambasciata. A. è in Giappone da due anni e dovrà rimanere per altri tre per via della missione diplomatica ma, per la serie "chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane", odia visceralmente il Giappone. E' il rigetto di chi è stato trapiantato qui a forza, non capisce la lingua, non si riesce ad integrare.
Ci beviamo qualcosa lì al bar e poi andiamo in giro per Roppongi.
Prima finiamo in un locale con musiche caraibiche, salsa, bachata e via discorrendo, a bere e a ballare (io che ballo? No comment... Però almeno non ho pestato piedi), poi ci spostiamo in un altro bar a fare altre chiacchiere davanti ad un drink.
L'ultima metro ormai è un miraggio da tempo.
Ci alziamo da là che sono le tre. Non ho nemmeno idea quanto potrebbe costarmi un taxi da qui a casa.

Se vi venisse mai posta la domanda - non so, magari per un quiz a premi tipo "Chi vuol essere milionario" - "Quanto ci vuole da Roppongi a Nishishinjuku a piedi?" rispondete senza esitazione: "circa due ore" e il montepremi sarà vostro.
Roppongi - Shibuya - Shinjuku. La strada è facile. Potrei farmela a piedi. Perchè sprecare i soldi di un taxi? Facciamoci questa passeggiata. Fa niente se l'abbigliamento non era quello idoneo, fa niente se le scarpe facevano male... Era divertente vedere la città di notte abitata da spettri ubriachi e colonne di taxi, mi domandavo dove avrei visto l'alba, quanto tempo ci sarebbe voluto. E beh, ce ne vuole parecchio.
Arrivo che il sole è già sorto da un pezzo. Metto i vestiti stesi a prendere aria, rapida doccia e mi butto nel letto.

15 luglio 2010 - Il miglior amico del cane

Che sarei io nella fattispecie.
La mattina esco di casa e mi trovo subito all'angolo della strada un carlino legato con il guinzaglio ad una transenna. Mi guardo intorno: nessuno. Oddio oddio, vuoi vedere che l'hanno abbandonato? Con il caldo e l'afa che c'è? Faccio due passi, non vedo nessuno. Ho il pensiero che mi attanaglia. E' mio dovere morale non lasciarlo lì. Ma sarà di qualcuno?
Non ce la faccio a fare finta di niente. Attraverso la strada e mi fermo al koban, ovvero uno stanzino dove sono sempre di pattuglia un paio di poliziotti più per aiutare la gente che altro. Cerco di spiegare all'agente la situazione ma non so manco come si dica guinzaglio. Lascio intendere, lui mi dice che se ne occuperà e mi metto l'animo in pace.
Ho fatto la mia buona azione. L'ho fatta davvero? Ci penso dopo: a parte che non ero assolutamente sicuro che il cane fosse abbandonato, anzi, se comunque finisse in canile verrebbe ucciso nella camera a gas perchè qui i cani "di seconda mano" non li adotta nessuno. Che crudeltà inutile, eh?

Lascio perdere questi brutti pensieri e vado a lavorare.
Tra mercoledì e giovedì ho parecchio da fare per recuperare tutti i costi per le stime che mi erano state chieste dalla casa madre. Vai di qui, vai di là, sempre in giro.
Così ho anche l'occasione di fermarmi a prendere una cintura marrone da abbinare al completo e una cravatta, dato che non mi ero portato né l'una né l'altra.
Con la cintura me la cavo subito, vado alla solita Uniqlo. Leather produced in Italy. Made in China. Va bene lo stesso, arriverà tra qualche mese il momento degli acquisti più impegnativi. Per ora seguiamo le necessità.
La cravatta è un bel parto. Vado all'Odakyu, ennesimo grande magazzino pieno di firme. Di quei posti dove non mettono nemmeno fuori i prezzi perchè i ricchi comprano senza problemi.
Beh, ci sono i saldi, in fondo. E poi ci sarà anche qualche marchio meno blasonato, no?
Sesto o settimo piano, reparto uomo.
Ah che belle le cravatte di Burberry! Mi scusi, costano tutte uguale? - improvviso io giusto per non chiedere direttamente il prezzo... No, ce ne sono di due tipi. Questa da 18'800 yen e questa da 15'500. Giusto quei 140-170 euro per un pezzo di stoffa, mi pare onesto. Con un sotterfugio mi dileguo.
No, no, non ci siamo, non è questo l'ordine di prezzo che ho in mente. Possibile che il Giappone sia tutto così? Per ogni migliaio di salarymen tutti vestiti al mercatino delle pulci c'è un presidente dalla compagnia che sperpera denaro come nulla fosse. Ok, certo che certe differenze esistono in tutto il mondo ma qui è estremizzato all'inverosimile. Sta venendo a mancare la classe media direi. E a Ginza tutto costerebbe probabilmente ancora di più. Non c'è assolutamente alcuna connessione con la realtà, è tutto marchio, tutta fuffa.
A me piace il ben vestire ma qui siamo fuori di testa.
Alla fine mi prendo una cravatta in saldo, made in Italy, o almeno così dice il cartello, a 5'000 e qualcosa yen. 45 euro, qui l'avrei presa alla metà.

Devo assolutamente calibrare le spese, voglio sapere quanto mi costa vivere senza esagerare ma senza nemmeno fare la fame.

La sera esco dalla metro a Shinjuku perchè ero passato da Shibuya a raccogliere informazioni sulle tariffe dei cellulari aziendali. Quindi ho un po' da camminare.
Proviamo questa strada nuova per andare verso casa. Bene o male mi tengo sulla sinistra i palazzi che conosco bene, so in che direzione sto andando.
Mi perdo via a guardare i negozi, a memorizzarli in modo da sapere dove trovare questo e quello. E proseguo. Mi viene fame e mi fermo in una bettola a mangiare udon e chissà cos'altro.
Riparto e vado dritto. Ma siamo sicuri che sia la strada giusta? Mah, sì, là più avanti girerò a sinistra e più o meno so dove sono.
Attira la mia curiosità un negozio di cani. Entro e sono sbigottito. Cagnolini cuccioli di tutte le razze, chiusi in gabbie di plexiglass di 50 centimetri per 50 con tanto di potenziali padroni idioti a guardarli e a dire "kawaii"... [= che carino!]
Ma scherziamo??? Dove sono le associazioni per i diritti degli animali? Questa è una tortura! Non oso immaginare cosa succede ad un cane se non viene venduto finchè è cucciolo.
E' abominevole. Ma è il Giappone, in fondo la cosa non mi stupisce e me ne vado disgustato.

Ritorno sulla strada di prima. Vado avanti.
Cartello: Nakano-ku. Oddio ho cambiato Comune! Mi sa che mi sono spinto un po' troppo in là...
Mi fermo a un koban e chiedo informazioni. Come prevedevo devo andare avanti a sinistra, sono esattamente sulla strada che porta a casa mia ora. Ma è bella lunga!
Beh, almeno ho visto cosa offrono le vicinanze.

14 luglio 2010 - La prima cena

Non ho molto da segnalare, è stata una normale giornata di lavoro.
Però, tornato a casa, finalmente con un attimo di pace, ho potuto mangiare al MIO tavolo seduto sulla MIA sedia. Ed era la prima volta che capitava.


Beh sulla qualità della cena poi ci sarebbe da disquisire... Tagliatelle al gorgonzola liofilizzate... Ma va bene così, in quel mentre erano buonissime lo stesso.

13 luglio 2010 - La bella lavanderina

20 chili. E' quanto stimato dalla Lufthansa potesse bastarmi per iniziare una vita.
Togliendone 5 di valigia a secco.
Via salviette, lenzuola, tutto. Lo stretto indispensabile.

Le scelte hanno riguardato perciò tagli su tutto, dalla biancheria alle scarpe.
E dopo quasi due settimane di arrivo in una città dove si suda a star seduti, gli indumenti puliti scarseggiano. C'era a dir la verità una lavatrice a gettoni nel ryokan ma i vestiti uscivano di lì più fetidi di prima...
Fino a sabato niente lavatrice. Non ho più camicie pulite, come vado a lavoro? Bisogna organizzarsi.
Allora, alcune camicie le porto subito in tintoria insieme ai jeans, stando attento di tenermi qualcosa di emergenza. Purtroppo prima di venerdì alle 17 non potrò più disporne.
Poi entra in gioco la mia migliore amica. Dry fan 24. Che cos'è?
Tutto in Giappone ha un manuale d'istruzioni. Compresa la casa. ci sono opuscoli per tutto, da come usare il gas, la luce, il citofono, il water... E c'è un intero libretto sulla dry fan 24, la ventola che c'è nel bagno (inteso come bathroom non toilet), dentro la bath unit. A che serve? Beh, un po' a tutto, sia per i vapori sia per tenere calda/umida la bath unit. E anche per asciugarci i vestiti, manuale d'istruzioni alla mano. C'è il disegnino che lo spiega. Ed ecco perchè avevo comprato le aste da mettere sopra la vasca il giorno prima.
Il progetto è: i jeans che ho usato poco e non ho portato in tintoria li lavo a mano, insieme ad un po' di biancheria, nella vasca. Poi attacco la dry fan 24 e faccio asciugare il tutto. Il giorno dopo ho i miei jeans puliti.
Procedo.
Sapone e tanto olio di gomito, dopo un paio d'ore qualcosina è lavata e stesa in bagno.
Ma non voglio fare andare la ventola tutta notte, è rumorosa e ho sempre paura a lasciare gli elettrodomestici attaccati. Quindi un po' comincio ad asciugare la sera, poi punto la sveglia alle 5, faccio andare un paio d'ore mentre dormo ancora un po' e ho i jeans pronti.
Machiavellico. Diabolico. Perfetto.

Attuo tutto alla lettera.
Mi risveglio alle 7. Vado in bagno a controllare i jeans. Fradici.
Tradito dalla mia migliore amica.
Che faccio adesso? Mi viene in mente un ultimo paio di pantaloni, quelli del completo. Metterò quelli, stando attento a non sporcarli.

Di camicie ne avevo comprate tre il giorno prima, all'Uniqlo, una specie di Oviesse diciamo.
All'Uniqlo proclamano a gran voce la difesa della giapponesità dei loro prodotti ma sono tutti made in China. Però la qualità non è infima, il prezzo è onesto. 10'000 yen tre camicie.
Non è che non potrei permettermene di più ma non ho ancora passato la metà del mese. Calma e pazienza, calma e pazienza. Il guardaroba aumenterà piano piano, senza fretta. Da sabato ci sarà la lavatrice e l'emergenza finirà. Avere anche il ferro da stiro poi sarà il top dei top, ma facciamo prima passare luglio e le sue spese.

Per la cronaca: i jeans poi li ho stesi sul poggiolo e si sono asciugati in men che non si dica, grazie al vento forte che qui "in quota" non manca mai.

12 luglio 2010 - Pareggio di bilancio

Ricomincia la settimana lavorativa. E come sempre non mi sono riposato nel weekend. Vabbè, su, è l'inizio, è normale.

Oggi tra le commissioni che mi ero imposto c'era quella di passare dall'avvocato M. a ritirare dei documenti da presentare successivamente in banca. Vado, prelevo e mi tiene lì... Vigliacco, se sta cercando di giustificarsi l'esoso onorario troverà la macchina griffata sulle fiancate...
Poi torno alla mia solita filiale. Al solito chiedo di staff in grado di parlare inglese ma nulla, impietosamente vengo trattato come un cliente qualsiasi. Prendo il biglietto con il numero e mi accomodo. Mi chiamano, sportello inedito per me. Spiego alla ragazza cosa devo fare: prelievo a titolo personale (anticipo su stipendio, necessario per frigo, lavatrice e tirare a campare fino a fine mese) e documenti per ottenere una cash card (un bancomat, diciamo) aziendale.
Ok, tutto fila liscio. Mi fa vedere come scrivere "representative director" in Giapponese (daihyoutorishimaryaku, vorrei vedere voi...) e compilo tutti i campi richiesti. E poi... La figuraccia in agguato.
Devo apporre il mio sigillo, il timbro aziendale. Estraggo il sacchettino dall'involucro cartaceo, tolgo il timbro dal suo borsello di pelle, lo immergo nell'inchiostro rosso e... Ottengo un pallino rosso, pieno. Senza scritta. Eh? Com'è possibile?
Non ho tolto il coperchio al timbro.
La silenziosa e pacata impiegata scoppia fragorosamente a ridermi in faccia...
E ha ragione.
Presente quando vi versate l'acqua nel bicchiere senza togliere il tappo? Ecco, un po' più grave ma la sensazione è quella. Sono rosso come l'inchistro del timbro. E mi tocca pure usare le salviettine per star lì a pulire il coperchio.
Bene, ora siamo pari in banca. Tanto era stata imbranata l'altra impiegata la volta precedente, tanto sono stato imbranato io oggi.
Palla al centro.

La sera uscito dall'ufficio vado diretto da Biccamera a comprare frigo e lavatrice. Cioè, a ordinarli più che altro dato che la consegna è prevista per sabato 17.
Mangio qualcosa ma la sera non sono ancora soddisfatto: mancano troppe cose per rendere vivibile questa casa. Avverto soprattutto la mancanza delle tende, tutte le mattine il sole mi sveglia. Si chiama Sol Levante mica per niente, qui prima delle cinque è già chiaro...
Mi dirigo verso il Tokyu Hands, un grande magazzino dedicato soprattutto a cose per la casa.
E' adiacente a Takashimaya, nello stesso palazzo; Takashimaya è il grande concorrente di Mitsukoshi, praticamente due grandi magazzini che si contendono la leadership de "La rinascente" nipponica.
Comprerei di tutto. Dallo spazzolone alle salviette, non ho nulla a casa. Mi serve qualsiasi cosa...
Ma devo centellinare il budget, tutto a suo tempo. Ci vuole calma e pazienza.
Prendo un po' di appendini, delle aste per il bucato (spiegherò), uno scopino con la paletta e, finalmente, LE TENDE!
Allora, come si comprano le tende in Giappone? E' facilissimo, non potrebbe essere più semplice. Tutto qui è standardizzato. Tutto. Compresa l'altezza delle tende e gli anelli con cui attaccarle. Quindi essendo casa mia già predisposta non ho fatto altro che scegliere tra 178 cm o 200 cm, sapendo bene che solo le prime ci sarebbero state.
Le tende vanno messe a doppio strato: uno a protezione della privacy, diciamo, e uno che proprio impedisce ai raggi del sole di filtrare. Il primo è praticamente un velo, il secondo è un manto doppio, triplo, molto pesante. Praticamente spesso come un tappeto, volendo esagerare.
Non mi restava che scegliere i colori. Io volevo delle tende scure scure da far compagnia al nero di sedie, tavolo e cassetti, ma l'addetta me le ha sconsigliate perchè avrebbero spento la stanza. Allora prendo un colore neutro e un velo nuziale da piazzarci dietro.

Praticamente il risultato è questo: una doppia fila di cui quella più interna serve a isolare dalla luce solare.
E finalmente la mattina si dorme...

11 luglio 2010 - Casa mia, per piccina che tu sia...

... tutte le feste porti via. Ah, no, quella era l'Epifania.

Ricomincio a battagliare tra legni e attrezzi la domenica mattina. Prendono forma i cassetti, poi il letto degli ospiti. Alcune cose filano via lisce, altre mi fanno dannare l'anima. La vicinanza del MacDonald's è contemporaneamente utile e deleteria... Mi viene troppo comodo farci un salto per un break di pranzo.

Com'è venuto il mio letto?
Mah, lo definirei religioso... Nel senso che ci vuole MOLTA fede per dormirci! Scherzi a parte è tutto ok, ha purtroppo un angolo di secondaria importanza (non vi si poggia la rete) che non sta bene aderente ma poco male. I due cassetti si aprono e si chiudono senza problemi, la rete è sufficientemente comoda, poi ci sono sopra il materasso e il materassino... Non mi lamento.






Così il letto degli ospiti è chiuso, e diventa un divano o qualcosa che ambisce a definirsi tale. I due letti hanno lo stesso design e gli stessi colori, stanno abbastanza bene insieme.










Erano già le 16 passate che dovevo ancora montare tavolo, sedie e tavolino. Mi ero ripromesso di fare un salto a prendere un po' delle altre cose che mancavano (le tende!!!) ma dubitavo di riuscirci.
Il tavolo mi ruba un sacco di tempo: è di quelli estendibili, figuratevi che machiavellici dispositivi aveva sottostante. Ora, che me ne faccio io di un tavolo estendibile in uno spazio angusto e con due sole sedie è una bella domanda, purtroppo non so darvi risposta. Mi piaceva, punto.
Un po' di pazienza ed anche le sedie arrivano. Il tavolinetto in confronto è una speedy pizza versus una teglia di lasagne.
Ho finito. Finito... Magari! C'è da pulire tutto, far la raccolta differenziata a portare al B1 (primo piano sotterraneo) dove si accumulano i rifiuti (ci pensa poi il custode a sbarazzarsene periodicamente; in Giappone non esistono i cassonetti).
Fatti una doccia ed è di nuovo tardi per qualsiasi altra cosa avessi in mente. Ma cercando sul web scopro che il Lumine, grande magazzino, è aperto FORSE fino alle 10. A piedi sono a Shinjuku in 15 minuti di buon passo, ce la potrei fare. Ma sì, facciamola.
Allora, io credo che sotto la stazione di Shinjuku e dintorni esista un meccanismo che la fa girare su se stessa facendom perdere l'orientamento. Se c'è scritto "uscita Ovest" e la imbocco mi aspetto di trovarmi a Shinjuku Ovest. E invece mi perdo regolarmente. Ricorro a tutti i miei punti cardinali - quel palazzo, quel negozio - e traccio una mappa nel cervelletto ma alla fine è tutto vano. Seguo le indicazioni ma nulla da fare. Per me hanno spostato di nuovo il Lumine. A parte che scopro che di Lumine ce ne sono TRE, non ne becco manco mezzo. E giro per un sacco. Alle 10 è ora di abortire la missione e tornarsene mesti a casa, senza nulla in mano.